Partiamo da una domanda che può dare un po’ di vertigini: e se la verità di ciò che siamo – e di ciò che facciamo – non ci appartenesse davvero? La domanda va dritta al cuore umano ma anche al cuore della realtà, e rivela che ci sono parti di noi destinate al mondo fuori. Una donna sa di ricevere il suo essere madre – nel nome e nei gesti – da coloro che ha messo al mondo. Ciò vale anche per la fede. Il Vangelo di Matteo ce lo ricorda in modo deciso: la verità del legame con Cristo appartiene al più piccolo dei miei fratelli e alla più piccola delle mie sorelle e passa per ciò che faccio, o non faccio loro. La misura di quanto una vita fiorisca in Dio, dunque, non viene dall’autocoscienza religiosa ma dall’incontro generoso con chi ha fame, ha sete, viene da lontano, non ha nulla, si trova in carcere. Il sacro che abita il mondo si scopre solo così.
Gesù chiede: “Chi dite che io sia?”. Anche Gesù conosce questa legge: non si presenta a partire da sé, dai suoi sogni o dalle proprie intenzioni. Chiede ad altre e ad altri di comprendere e di esprimere la sua storia, la sua umanità divina, il suo venire dal Padre nello Spirito. Non si tratta di incertezza nella missione, né di orgoglio che domanda riconoscimento. È la logica stessa dell’incarnazione. È lo stile stesso della Scrittura, che si esprime come memoria delle comunità che lo hanno incontrato. È anche ciò che è accaduto nella storia, se rileggiamo con attenzione lo straordinario incontro tra Gesù e la donna siro-fenicia: Gesù riceve l’universalità della propria missione da una donna straniera e pagana. L’evangelista Marco colloca la scena tra due moltiplicazioni dei pani, quella per Israele e quella in terra pagana. Senza di lei, il pane disceso dal cielo sarebbe rimasto al di qua del confine.
La tentazione del bene. Se la verità della missione sta nel volto altrui, non può trattarsi di un’azione lineare che passa da una vita all’altra, come se la prima potesse portare fede alla seconda. Questa è la tentazione del bene, la più insidiosa, perché si maschera da generosità mentre conserva intatta la struttura del potere. Io so, tu hai bisogno. Io do, tu ricevi. La missione relazionale e vincolata al volto altrui dice l’opposto: io non so ancora chi sono finché non ti incontro. La relazione non è il luogo in cui si eroga un servizio: è il luogo in cui si forma il senso e si apre una strada nuova. Ci sono tanti modi di cancellare il volto dell’altra vita. Accade quando non gli lasciamo raccontare la storia, quando non ci interessa cosa hanno visto i suoi occhi, quando con il nostro giudizio occupiamo la strada che lo Spirito ha spalancato davanti ai suoi piedi. Lo Spirito arriva prima – e con più grazia – di noi.
La missione è un viaggio… Negli Atti degli Apostoli c’è un episodio che sovverte ogni arroganza missionaria: Pietro e Cornelio. Lo Spirito lavora su entrambi: è la sorgente segreta di questo incontro. Quando Pietro varca la soglia di casa di Cornelio, Dio è già lì. Il Vangelo non è un patrimonio da traghettare da una riva all’altra del mondo. È qualcosa che precede, che abita luoghi che non abbiamo ancora attraversato, che attende in volti che non abbiamo ancora guardato. Ogni cultura ha custodito una parte di ciò che noi abbiamo lasciato cadere: il tempo come dono e non come misura, la terra come dimora e non come risorsa, la pace come legame e non come assenza di guerra. Non si tratta di complementarità edificante: si tratta di frammenti di Vangelo che qualcun altro ha tenuto vivi mentre noi gravitavamo altrove. Pietro non converte Cornelio: è l’incontro con Cornelio a convertire Pietro. All’uomo che si sentiva missionario viene restituita una fede diversa, più libera. Pietro torna a Gerusalemme diverso, ma è così che deve andare: la missione è un viaggio che cambia chi credeva di guidarlo.
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