Simposio ecumenico a Bari. Mons. Olivero (Cei): “Il dialogo è possibile, vogliamo affermarlo con forza contro ogni logica di violenza”

Scritto il 24/01/2026
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(da Bari) “È stato un evento storico perché, per la prima volta, tutte le Chiese presenti in Italia si sono ritrovate insieme in questa modalità e sono arrivate persino a firmare un patto. È stato emozionante, davvero emozionante”. Con queste primissime parole mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione della Cei per l’Ecumenismo e il Dialogo, traccia al Sir un bilancio del primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia che si conclude oggi a Bari. E aggiunge: “Ho colto anche una forte volontà di concretezza: non solo parole, ma il desiderio di compiere passi reali. Credo che questo fosse proprio l’obiettivo. Dopo tanti convegni importanti, discussioni, testi e riflessioni, abbiamo finalmente provato a compiere un’azione”.

“Questo simposio è già un’azione, e vuole aprire la strada ad altre iniziative concrete”.

Quale messaggio stanno lanciando all’Italia le Chiese riunite in questi due giorni a Bari?
Sicuramente il messaggio centrale è che dialogare è possibile. In questo momento geopolitico sembra farsi strada l’idea che il dialogo sia inutile, che si debba per forza ricorrere anche alla violenza per farsi valere. Qui, invece, vogliamo affermare con forza non solo che la violenza può essere evitata ma che il dialogo è praticabile. Credo che possiamo lasciare questo luogo proclamando a voce alta che il dialogo è possibile.

Nella storia dell’ecumenismo, ci sono stati altri momenti, altre firme, altri impegni presi. Eppure il dialogo ha spesso faticato a progredire. Perché questa volta dovrebbe essere diverso?
Perché, come emerge dai laboratori e dai temi presenti nel Patto che è stato firmato, il discorso non è più soltanto intra-ecclesiale — come è stato a lungo nell’ecumenismo, dove l’obiettivo principale era capirsi tra noi. Qui l’attenzione si sposta su un modo nuovo di stare nella società: al servizio dello spazio pubblico, nell’impegno per la pace, nell’ascolto e nell’incontro con la ricerca spirituale delle persone. Sono questi i tre filoni fondamentali, e rappresentano un cambio di prospettiva. Il dialogo, quando resta confinato all’interno, è spesso complesso.

Ma quando si tratta di unire le forze per un obiettivo comune, il confronto forse può diventare più semplice e — mi auguro — anche più fecondo.

Come sono andati i laboratori? In particolare, quelli che hanno messo a tema argomenti scottanti per il dialogo ecumenico come quelli dell’ospitalità eucaristica e dei matrimoni misti?
Sono stati davvero vivaci. Certamente, questi due argomenti — definiti non a caso “temi scottanti” — restano complessi, perché toccano impostazioni ecclesiologiche profondamente diverse. Sono temi che, anche in passato, hanno sempre richiesto grande attenzione e sensibilità. Tuttavia, credo che affrontarli oggi, dopo tre anni di pratica nella conversazione spirituale, abbia permesso un approccio diverso:

non con l’illusione di risolvere subito il problema, ma con il desiderio sincero di individuare il nodo centrale.

In particolare, nel laboratorio sull’ospitalità eucaristica, ho percepito proprio questo atteggiamento: mettersi insieme a cercare la radice della questione, a capire dove si annida la difficoltà. Non credo che questo basti a risolvere il problema, ma certamente può aiutare a vivere l’ecumenismo con uno sguardo più attento, più disposto all’ascolto dell’altro. E questo, a mio avviso, rappresenta già un passo avanti significativo.

E’ emersa in tutti gli interventi l’urgenza di scendere dai vertici alle comunità. C’è interesse?
Il problema dell’ecumenismo come questione di nicchia è sicuramente il gran problema, ciò che mi dà speranza è stato il fatto che a questo Simposio dal punto di vista di “pubblico” è stata prestata un’attenzione particolare, anche dal punto di vista giornalistico. Credo che una delle cose su cui dobbiamo lavorare è la pubblicità, se posso usare questo termine.

Far conoscere, diffondere, comunicare. Questo, secondo me, è un altro grosso passo su cui si può porre la nostra speranza.

Alla luce di quanto vissuto a Bari, c’è un messaggio che da qui vuole far raggiungere alle diocesi cattoliche italiane?
Siamo in un momento in cui, parlando alle diocesi cattoliche, dobbiamo imparare davvero che l’ecumenismo non è semplicemente uno dei tanti temi, ma è la forma stessa che la Chiesa è chiamata ad assumere. Su questo dobbiamo riflettere con serietà. Il mio augurio — e lo dico con la speranza che possa diventare realtà — è che una delle prossime assemblee generali dei Vescovi, possa affrontare finalmente in modo diretto il tema dell’ecumenismo. È un sogno che porto nel cuore e che spero possa diventare realtà.

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