Il ruolo della donna nella società incontra ancora enormi difficoltà nel far valere i propri diritti di eguaglianza nei confronti degli uomini. Anche in Italia, dove a partire dagli anni del dopoguerra la donna ha progressivamente ottenuto importanti conquiste rafforzando il proprio ruolo sia in campo sociale-politico che sul piano economico-lavorativo, permangono ancora oggi sostanziali divari e decisivi ostacoli al raggiungimento di una piena ed effettiva “pari opportunità” di genere. Lo evidenzia lo studio dell’Anmil “Donne e precariato: una scelta imposta” a cura dell’esperto statistico Franco D’Amico, in occasione della Giornata internazionale della donna, che ricorre l’8 marzo. Lo studio è dedicato a Luana D’Orazio, uccisa a 22 anni da un orditoio in una fabbrica tessile, e alle gemelle Sara e Aurora Esposito, morte a 26 anni per l’esplosione di un laboratorio abusivo di fuochi d’artificio.
(Foto: ANSA/SIR)
Nel 2024, rileva lo studio, il nostro Paese è precipitato di 24 posizioni nel “Global Gender Gap Report” del World Economic Forum classificandosi all’87° posto nel mondo in tema di equità tra lavoratori e lavoratrici. Sempre nel 2024, riguardo l’aumento le assunzioni al femminile “solo il 13,5% delle donne ha ottenuto un’assunzione a tempo indeterminato (circa una su 7,5)” aumentando esponenzialmente l’accesso a contratti part-time “involontari”, ovvero imposti alle dipendenti senza che queste ne abbiamo mai rivendicato il bisogno in termini di conciliazione vita-lavoro. Ricorrere al tempo ridotto nel sistema del lavoro dipendente femminile è determinato dalle carenze nel nostro sistema di welfare: ancora oggi, dopo la maternità, quasi due donne su dieci lasciano il lavoro e, spesso, chi riesce a sostenere l’impegno lavorativo non arriva a poter assicurare il tempo pieno per l’assenza di supporto statale alla cura dei figli minori. Stesso discorso per quelle donne che, in assenza di tutela e sostegno statale efficaci, si ritrovano a dedicarsi anche alla cura di un familiare invalido alternandosi con lavori che non consentono impegni a tempo pieno e, di conseguenza, prospettive di crescita sia professionale sia economica.
Il cosiddetto “lavoro fragile”, tra i protagonisti negli ultimi anni delle indagini Istat e dei rapporti Caritas, “colpisce tre volte di più le lavoratrici rispetto ai lavoratori”.
Il “Forum Diseguaglianze e Diversità” sottolinea come “il part-time involontario sia ancora più frequente per le lavoratrici del Mezzogiorno e, in particolare, per le straniere, le lavoratrici a tempo determinato (ancora più precarie) e le donne con basso livello di istruzione”. La precarietà del lavoro femminile si intreccia anche con le dinamiche del fenomeno infortunistico, evidenziando “sensibili disparità di genere”.
Negli ultimi sessant’anni, il numero degli occupati è cresciuto del 23,8%: la crescita è dovuta esclusivamente al forte incremento del numero delle donne occupate che si è quasi raddoppiato (+88,3%) balzando dai circa 5,5 milioni del 1965 ai 6,8 del 1985 fino ai 10,3 del 2025. Passi da gigante, dunque, per i livelli occupazionali della donna italiana, ma ancora nettamente insufficienti a colmare, o almeno ridurre in misura drastica, il divario di genere: il tasso di occupazione femminile (15-64 anni) è pari al 54,0% mentre quello dei colleghi uomini è al 70,9% e quello medio delle donne dei Paesi dell’Ue al 67,7%. Anche il tasso di disoccupazione delle donne (5,7%) è leggermente superiore a quello degli uomini (5,5%), così come il tasso di inattività femminile (42,6%) supera nettamente quello maschile (24,9%). I lunghi processi di terziarizzazione dell’economia italiana hanno favorito “l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro con nettissima prevalenza dei settori dei Servizi (83,4% del totale delle lavoratrici dipendenti); molto limitata la presenza femminile nell’Industria (15,5%) e praticamente quasi irrilevante nell’Agricoltura (1,1%)”. A livello territoriale “oltre la metà delle donne (56,8% del totale nazionale) è occupata nelle regioni più ricche e produttive del Nord; il restante 43,2% è quasi equamente ripartito tra Centro e Mezzogiorno (Sud e Isole)”.
Nel lavoro dipendente le disparità di genere in termini di precarietà lavorativa sono ancora molto elevate: “I contratti a termine – che prevedono una durata prestabilita al massimo di 12 mesi, estensibili a 24 mesi in casi eccezionali – rappresentano in campo femminile il 15,7% del totale contro il 12,6% degli uomini. Ma il gender gap risulta ancora più accentuato se si considera che i contratti a tempo parziale (part time) rappresentano il 31,5% dei contratti femminili rispetto all’8,1% di quelli maschili: circa una donna su tre lavora a tempo parziale, mentre lo stesso rapporto riferito agli uomini risulta pari a un lavoratore su dodici”. Non sorprende, inoltre, che esista anche un forte divario in termini di retribuzione: “Dalle più recenti statistiche Istat risulta che la retribuzione lorda annua per dipendente, ricondotta ad anno intero e a tempo pieno – calcolata appositamente dall’Istituto per rendere gli importi omogenei e quindi confrontabili – è pari in media a 37.302 euro, ma i lavoratori dipendenti guadagnano oltre 6.000 euro in più rispetto alle lavoratrici (39.982 euro contro 33.807) con un vantaggio per gli uomini pari al 18,3%”. Non solo: “Il divario tra le pensioni lorde presenta un differenziale di genere ancora più elevato. Il 24° Rapporto annuale dell’Inps ha evidenziato che alle donne, pur rappresentando la maggioranza dei circa 16,3 milioni di pensionati (8,4 milioni contro 7,9 milioni di uomini), va soltanto il 44% della spesa per trattamenti pensionistici e percepiscono assegni nettamente inferiori rispetto a quelli degli uomini: al 31 dicembre 2024, la pensione media lorda mensile risulta pari a 1.595 euro per le donne e a 2.143 euro per gli uomini, con una differenza del 34,4% a favore degli uomini”. Nel 2025 “il settore con il maggior numero di donne occupate è la Pubblica amministrazione, con circa 2 milioni di unità, seguito dal Commercio (1,4 milioni), dalla Sanità e assistenza sociale (1,3 milioni) e dall’Istruzione (1 milione). I settori, invece, in cui la presenza femminile risulta percentualmente più rilevante sono: il Lavoro domestico (colf e badanti) dove l’87,5% è donna, di cui il 70% straniera; seguono il settore dell’Istruzione (77,4%), la Sanità e assistenza sociale (69,9%), l’Industria tessile (62,2%) e la Pubblica amministrazione (59,8%): tutti settori in cui la presenza femminile prevale su quella maschile”.
Il calo infortunistico del sessantennio, pari complessivamente a -55,1%, risulta molto più intenso per gli uomini (-64,3%); mentre, in presenza di una forte crescita dell’occupazione (un incremento, come visto, di quasi il 90%) la componente femminile fa segnare un calo molto più modesto (-15,9%). Inoltre,
“la quota di infortuni femminili rispetto al totale è salita dal 19,1% del 1965 al 35,8% del 2024 segnando una crescita di quasi 17 punti percentuali”.
Negli infortuni mortali “la componente maschile subisce il 91,7% del totale, contro l’8,3% delle donne: in pratica, circa una lavoratrice su dodici morti sul lavoro. Una differenza enorme legata quasi esclusivamente ai settori di appartenenza: nelle attività ad alto rischio (Estrazione minerali, Costruzioni, Trasporti, Metalmeccanica, Siderurgia, ecc.) la presenza delle donne è marginale e impiegata in ruoli di natura amministrativa”. Nel 2024 “le lavoratrici risultano molto più soggette agli infortuni cosiddetti in itinere rispetto ai loro colleghi uomini: circa un quarto degli infortuni e il 40% delle morti femminili si verifica durante il percorso casa-lavoro-casa”. Gli infortuni femminili sono concentrati soprattutto “nella Pubblica Amministrazione (circa 57.000 unità), nella Sanità e assistenza sociale (circa 35.000 unità), nel Commercio (17.000), nel comparto dell’Alloggio e ristorazione (14.000). La quota percentuale più elevata di lavoratrici infortunate è, invece, rappresentata dal Lavoro domestico che raggiunge l’89.5% sul totale del settore (di queste, oltre il 70% sono straniere) seguito, dalla Sanità (70,4%) dalla Pubblica Amministrazione (50,4%), in linea entrambe con la rispettiva quota di occupate, e dall’Istruzione e Alloggio e ristorazione con quote pari a circa la metà delle donne occupate nei rispettivi settori”. Sanità e assistenza sociale è il settore con l’incidenza infortunistica più elevata per le lavoratrici (26,6 infortuni denunciati per 1.000 donne occupate). Segue, quasi appaiata, l’Agricoltura (con un indice pari a 26,3). Questi sono i soli due settori che presentano indici di incidenza superiori a quello della media generale delle lavoratrici pari a 20,5. Nei settori Alloggio e ristorazione e nel Commercio, dove la presenza femminile raggiunge quasi la metà degli addetti, le attività richiedono un continuo movimento ed impegno fisico e la quota di infortuni in itinere risulta elevata (circa un terzo del totale).
Nel 2024 “le donne morte sul lavoro rappresentano una percentuale assolutamente minoritaria dell’intero quadro infortunistico (100 casi pari all’8,3% del totale)”. È “ il settore della Sanità ed assistenza sociale quello si registra il maggior numero di casi in assoluto (12 compresi quelli in itinere) di infortuni mortali. Seguono: Alloggio e ristorazione (11), Lavoro domestico (9); Commercio (8); Agricoltura (4) e Istruzione (3)”. Per quanto riguarda, invece, la quota di donne morte sul lavoro sul totale del settore, “il valore più elevato si registra nel Lavoro domestico con una percentuale pari al 75 % che è sensibilmente inferiore a quella delle donne occupate che sfiorava il 90%. Perfetta parità di genere nel settore Istruzione, nonostante le donne rappresentino oltre i 3/4 della forza lavoro; pressoché analoga la situazione nella Sanità ed assistenza sociale dove le donne rappresentano il 70% degli occupati nel settore, ma ‘soltanto’ il 40% delle decedute per cause lavorative e nel settore Alloggio e ristorazione con una quota di occupate del 50% e 20% di decedute”.
(Foto Anmil)
“I ‘no che salvano la vita’ sono così facilmente pronunciabili dalle lavoratrici in Italia?”, si chiede, alla conclusione dello studio, Federica Bartoloni, dell’Ufficio Comunicazione dell’Anmil, concludendo che la risposta è “nettamente negativa”: “Sanità, servizi, tessile sono comparti nei quali rischi specifici, sia fisici sia psicologici, richiedono un approccio mirato, ad oggi carente (non nei suoi dettami normativi ma, ancora una volta, nella loro applicazione) e che includono, ognuno con le proprie caratteristiche, normalizzati allontanamenti dal quadro di tutela previsto per le lavoratrici che spaziano dall’overwork al lavoro nero”. “Viene da sé l’assunto per il quale chi trova il coraggio di denunciare sarà, nel migliore dei casi, prontamente sostituito da nuove schiave moderne prive di alternativa concreta alla completa indigenza. La precarietà contrattuale pone il lavoro femminile in un’ulteriore condizione di debolezza che risiede nella sempre più frequente rinuncia alla denuncia per paura di perdere l’impiego, alimentando vertiginosamente un numero sommerso di incidenti”, sottolinea Bartoloni, evidenziando: “La nostra giurisprudenza in materia di salute e sicurezza sul lavoro non pecca di alcun vuoto normativo. Sulla carta, un patrimonio di leggi in materia tra i migliori al mondo, eppure assistiamo quotidianamente alla disfatta di tale eccellenza: un fallimento che, oltre a contare gli ormai noti 3 morti al giorno stilati (non sempre) dalla cronaca, nasconde all’attenzione dei più un universo di irregolarità e vittime alle quali non appartiene neanche la dignità di essere citate”. Per questo
The post Otto marzo. Anmil: “Donne e precariato, una scelta imposta” first appeared on AgenSIR.“l’Anmil chiede da anni, come fondamenta imprescindibile delle molte e differenti rivendicazioni destinate alla categoria che rappresentiamo, l’istituzione di una Procura nazionale del lavoro”, “capace di guardare realmente e concretamente in faccia questa tragedia nazionale attraverso l’efficacia e l’efficienza di controlli e indagini affidate a specialisti della materia”.

