Mondiali 2026. Il Messico fa festa, ma senza pace. Il vescovo di Città del Messico: “Come si può giocare se non si difende la vita?”

Scritto il 11/06/2026
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La festa ha inizio. La Coppa del mondo di calcio 2026, organizzata insieme da Stati Uniti, Canada e Messico, inizia stasera (ore 21 in Italia), con l’incontro Messico-Sudafrica, allo stadio Atzeca della capitale, che già ha ospitato i principali incontri del Mondiali 1970 e 1986: da Italia-Germania 4-3 alla successiva finale con il Brasile, ad Argentina-Inghilterra del 1986, con l’apoteosi di Maradona.
In Messico, però, i motivi per festeggiare sono pochi. Molte di più, le stridenti contraddizioni di un Mondiale che si gioca in un Paese che, da decenni, è sotto lo scacco della criminalità organizzata, che si muove con veri e propri eserciti e armi sofisticate. Un Paese che presenta il record di persone scomparse, arrivate secondo i dati ufficiali a 132 mila, mentre cimiteri clandestini e, in qualche caso veri e propri campi di sterminio riemergono, grazie al lavoro dei collettivi delle “madres buscadoras”, le mamme che cercano i propri cari. È successo, nei mesi scorsi, a Guadalajara, capitale del violento Jalisco, dove centinaia di borse con “pezzi” di corpi umani sono state rinvenute non lontano dallo stadio dove si giocheranno alcuni incontri del Mondiale. Un Paese dove la tratta di persone è una vera e propria piaga, che rischia di lievitare proprio a causa dell’evento calcistico e del conseguente grande afflusso di persone, da tutto il mondo. Un Paese, infine, che organizza un Mondiale assieme agli Stati Uniti, per poi assistere alla militarizzazione delle frontiere e alla deportazione di migliaia di migranti.

Una festa in assenza di pace. Contraddizioni stridenti, come ammette mons. Francisco Javier Acero Pérez, vescovo ausiliare di Città del Messico. Il Sir lo intervista mentre è reduce da due incontri indicativi: il seminario “Coppa del mondo, la dignità non è in gioco”, promosso dall’Istituto messicano della dottrina sociale (Imdosoc), e un prolungato e commovente colloquio con le “madres buscadoras”. “Di fronte a certe realtà, a certi numeri, non possiamo vivere con gioia questo Mondiale – fa notare il vescovo -. Viviamo una festa in assenza di pace. Come si fa a giocare, se non si difende la vita, la dignità delle persone? Certo, questo evento porta un messaggio di fraternità, e promuovere lo sport, anche tra i ragazzi, è importante, così come è importante far crescere un senso di comunità”.
Ma, appunto, le contraddizioni sono enormi. “Qui a Città del Messico, l’arcidiocesi sta sensibilizzando molto, in occasione della Coppa del Mondo, sulla piaga della tratta. Ne sono vittima ogni anno, in Messico, 21 mila minori. Il 60 per cento della pornografia infantile, si produce nel nostro Paese”. Impossibile dimenticare il dramma di tanti migranti, “soprattutto le donne e i minori”. Anche pensando all’incontro avuto con le mamme che cercano i propri cari, e certificano una ferita aperta nel Paese, mons. Acero rivolge un ulteriore auspicio: “Queste mamme le sta ascoltando la Chiesa, e pochi altri. Vorrei che i Mondiali fossero l’occasione per mettere al centro la pace, per parlare di pace, non solo nel Messico, ma nel mondo”.

Le contraddizioni evidenziate da Chiesa e società civile. Certamente, le vicende di questi giorni stanno rivelando il ruolo, sempre più centrale, della società civile, dei collettivi per i diritti umani, e anche della Chiesa, dove cresce il protagonismo laicale. La conferma arriva da ulteriori due testimonianze raccolte dal Sir. A partire da quella di Abraham Flores, coordinatore, nell’arcidiocesi di Città del Messico, della vicaria dei laici per il mondo: “Abbiamo promosso azioni, panel, seminari, per sensibilizzare sulla tutela dei più piccoli, sul rischio che la tratta di persone, e in particolare di minori, abbia un’impennata proprio a causa dei Mondiali. Abbiamo incontrato vari attori istituzionali. Poi, viviamo questa grande contraddizione, per cui il Messico si apre al mondo ma chiude le porte ai migranti. Come Chiesa, cerchiamo di dare accoglienza, di promuovere alberghi e strutture”.
L’altra voce arriva da Guadalajara, città segnata dalla violenza. Janet Moreno è impegnata nel Dialogo nazionale per la pace e nella locale Caritas. Ammette che “noi messicani siamo tutti appassionati di calcio, e dunque si respira aria di festa”. Ma le controindicazioni sono tante: “La sicurezza, almeno per una volta, non è in discussione. La città è ribaltata, sono arrivate forze dell’ordine in grande numero. In questi ultimi tempi abbiamo assistito a grandi lavori, a megaprogetti. Intanto, però, i conflitti crescono, la violenza non si ferma. E mentre inizia il Mondiale, in varie zone della città manca l’acqua potabile”.

I corpi dei desaparecidos affiorati nei pressi dello stadio. Anche qui, contraddizioni evidenti. Anzi, ancora più stridenti, rispetto alla capitale. Lo Stato di Jalisco ha il record nazionale di persone scomparse, oltre 15 mila. “Abbiamo in programma, questi giorni assieme a varie associazioni, a collettivi di ‘madres buscadoras’, una quindicina del Jalisco, una campagna di sensibilizzazione su questo dramma. Vogliamo durante il Mondiale, dare visibilità alle migliaia di desaparecidos”. Si deve a queste associazioni anche il rinvenimento di numerosi cimiteri clandestini, in diversi casi avvenuti durante i lavori per lo stadio dei Mondiali, a poca distanza da esso. Janet Moreno, con precisione, indica il luogo dei siti, i vari rinvenimenti, “in tutto quasi 450 borse, con dentro i resti di 91 persone”. Ma il gioco deve continuare. “La speranza – afferma ancora Moreno – è che la Coppa del Mondo porti lavoro, qualche vantaggio per l’economia”. Auspicio condiviso da Abraham Flores, che spera anche in un incremento della pratica sportiva, a livello di base e giovanile: “Lo sport sviluppa regole, disciplina, cultura dell’incontro”.

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