Sudan. A Khartoum riaprono le scuole e l’università dei comboniani, 400 bambini già in classe

Scritto il 20/10/2026
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A Khartoum 400 studenti della primaria sono già tornati sui banchi di scuola della sede riabilitata dai danni del conflitto. Anche se non c’è ancora l’elettricità, sono stati installati dei pannelli solari. E centinaia di giovani si stanno iscrivendo ai corsi della facoltà di Infermieristica del Comboni College di Khartoum, che si terranno nei locali della scuola superiore. La riapertura delle sedi dei comboniani nella capitale è un importante segnale di speranza a tre anni e mezzo dall’inizio del conflitto in Sudan, che ha provocato decine di migliaia di morti, oltre 13 milioni di sfollati (tra cui 8,9 milioni all’interno del Paese) e la più grave crisi umanitaria al mondo: secondo l’Onu coinvolge 33,7 milioni di persone. Nella capitale tornata sotto il controllo dell’esercito (Forze armate sudanesi – Saf) la popolazione sta lentamente ricominciando a vivere, a rialzarsi tra le macerie. I missionari comboniani, che per restare nel Paese sono stati costretti a spostare la maggior parte delle loro attività a Port Sudan, sono riusciti a rientrare in città e a riabilitare interi edifici distrutti dalle bombe, dai droni e dai saccheggi delle Rapid support forces (Rsf). Il rettore del Comboni College, padre Jorge Naranjo, missionario comboniano spagnolo, è in questi giorni in Italia con otto docenti nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, che coinvolge l’Università per Stranieri di Perugia, la Comunità di Sant’Egidio e la Fondazione Nigrizia. Quando tornerà in Sudan si trasferirà nella capitale Khartoum per seguire l’università.

“Nonostante l’instabilità, la violenza e il conflitto, l’educazione va avanti e i giovani hanno una direzione verso cui guardare

– dice al Sir -. Cercare di risanare il sistema sanitario e di creare opportunità lavorative è un segno di speranza”.  Quest’anno tra le sedi di Port Sudan e Khartoum il Comboni College arriverà a coinvolgere 500 studenti, con 45 docenti e una decina di personale amministrativo.

Sudan (foto: comboniani)

La guerra ha avuto un impatto distruttivo enorme sulla sanità. Per cui la scelta di focalizzare l’educazione universitaria dei comboniani in ambito sanitario non è casuale. “L’80% degli infermieri che lavoravano nello Stato di Khartoum prima della guerra non sono tornati – racconta padre Naranjo -. Alcuni sono stati uccisi, altri hanno lasciato il Paese. Quindi c’è una enorme mancanza di personale sanitario”. In più gli attacchi con i droni alle installazioni elettriche hanno lasciato ospedali e centri sanitari senza corrente, “con tanti pazienti che muoiono perché non ci sono i macchinari necessari per tenerli in vita.

Ho visto con i miei occhi operazioni chirurgiche eseguite solo con le torce dei cellulari”.

Sudan (foto: comboniani)

A Khartoum sono rientrati gli sfollati più poveri. Si concentrano nelle zone che hanno subito meno i combattimenti. Nella Greater Khartoum ci sono tre città che si sviluppano attorno al punto di unione del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro: il sud di Khartoum, la parte settentrionale di Omdurman e l’est del Nilo Azzurro. In queste tre zone vivono circa cinque milioni di persone. Il centro di Khartoum, dove c’erano i ministeri, le banche, i ristoranti e gli ospedali, è ancora abbastanza vuoto. “Si vedono ancora tantissimi edifici bruciati, danneggiati, distrutti, con i segni dei colpi di bazooka e di diversi tipi di artiglieria leggera e pesante”. Ogni tanto i droni colpiscono ancora obiettivi militari, a volte anche qualche moschea. “Le Rfs vorrebbero riconquistare Khartoum ma non hanno la capacità di farlo. Allora si comportano come i gruppi terroristici, per disturbare la popolazione”. La ripresa delle attività della scuola primaria e dell’università dei comboniani sta però riportando la gente in centro, i mezzi di trasporto ricominciano a muoversi. Purtroppo, la classe media e medio-alta, che potrebbe essere il motore dell’economia perché in grado di creare occupazione, non è ancora tornata. Rimane al riparo in luoghi più sicuri. “Le classi più disagiate non hanno la capacità di generare reddito, i prezzi aumentano a causa di una l’inflazione altissima e della guerra con l’Iran ha fatto salire i prezzi. La vita è molto complessa”, afferma il missionario.

Sudan (foto: comboniani)

Un Sudan spaccato in due. Dal punto di vista bellico, osserva padre Naranjo, la novità è che “le Rapid Support Forces si stanno lentamente indebolendo, anche grazie alle diserzioni di persone che si uniscono all’esercito”.  Le Rsf sono a oltre 900 chilometri di distanza dalla capitale, concentrate più nel Darfur e nel Sud Kordofan, dove c’è oro e uranio da sfruttare e commerciare. Qui avvengono i combattimenti e i crimini di guerra, anche se purtroppo trapelano poche notizie. “Durante i primi mesi di conflitto i soldati delle Rapid Support Forces pubblicavano sui social le loro violenze – racconta -. Da quando si sono resi conto che l’opinione pubblica internazionale ha capito che le Rsf non sono, come dicevano, un gruppo che cerca di promuovere la transizione verso un governo democratico e civile, fanno più attenzione a quello che viene diffuso attraverso i social media. Ma è troppo tardi, perché ormai tutti li conosciamo”. Le persone fuggono quando arrivano le Rsf e cercano rifugio nelle zone controllate dalle Saf, anche se le organizzazioni per i diritti umani documentano violenze commesse da entrambe le parti. Perfino i convogli umanitari vengono attaccati dai droni. Di fatto il Sudan è spaccato in due: nelle zone controllate dall’esercito è ripresa l’agricoltura, in quelle dove sono i ribelli continuano i saccheggi. “Sarà difficile per l’esercito controllare un Paese grande come il Sudan.

Al momento non si intravede una via d’uscita da questa situazione. Si andrà avanti così, con il Paese diviso: questa sembra essere la realtà attuale”.

Sudan (foto: comboniani)

Un conflitto complesso, che intreccia fattori interni e interessi esterni. Gli Emirati Arabi, ad esempio, continuano a trarre vantaggio dalla guerra. E indirettamente anche i Paesi occidentali. “Gli Emirati comprano le armi dagli Stati Uniti e dall’Europa e poi le rivendono ad un prezzo più alto alle Rsf in Sudan, e ad altri eserciti in Etiopia e altrove – spiega padre Naranjo -. Poi guadagnano con il commercio dell’oro; parte di queste vendite passa attraverso la Svizzera verso le nazioni europee.

Questa guerra è un buon affare per tanti”.

Ci sono inoltre interessi strategici legati alla ricerca di uno sbocco nel Mar Rosso per i commerci e aspetti ideologici, come i risentimenti nei confronti dei Fratelli Musulmani, connessi con l’esercito.

Quali vie di pace possibili? “Ciò che potrebbe capovolgere gli equilibri sarebbe un cambiamento di posizione da parte degli Emirati, se decidessero di sostenere l’esercito. Dovrebbero avere motivi molto convincenti, legati ai propri interessi”, osserva il missionario. Falliti finora i vari negoziati, la comunità internazionale “potrebbe pensare a meccanismi punitivi. Ma gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno fatto molti investimenti negli Emirati, non credo vogliano intraprendere questa strada”. Una azione concreta, come proposto mesi fa dai comboniani, è intervenire sull’importazione di oro, visto che esiste una legge dell’Unione europea sui minerali provenienti da zone di conflitto. “Bisognerebbe rivedere questi regolamenti per avere maggiore trasparenza e coerenza. Si parla di pace, ma allo stesso tempo si vendono armi agli Emirati, che poi contribuiscono ad alimentare il conflitto. Sono due strade contraddittorie”, conclude.

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