Ripercorrere i sentieri di san Francesco alla ricerca di nuovi antichi insegnamenti che ci aiutino in questo nostro tribolato oggi: è uno dei doni che ci offre Francesca Cipolloni con “Francesco, i carismi semplici” (RnS, 200 pagine, prefazione del card. Angelo De Donatis), attraverso il dialogo con alcuni protagonisti del francescanesimo d’oggi.
E se a parlare del Poverello è Francesco Patton, custode di Terra Santa dal 2016 al 2025, allora non si tratta più di un discorso, ma dell’esperienza reale in una terra dilaniata dalla violenza.
È il Francesco che scrive la strofa del perdono del suo Cantico, che giustamente Patton porta all’attenzione del lettore, perché viene fatta leggere da due suoi frati di fronte al vescovo e al podestà di Assisi, che si odiavano reciprocamente e che, all’ascolto di quelle parole, si commuovono e si riconciliano. E al lettore non sarà sfuggito un particolare essenziale: i due nemici erano i rappresentanti del potere politico e di quello religioso. Cosa che oggi torna di attualità, in un clima di cancellazione di ciò che la dimensione religiosa ha offerto alla civiltà d’Occidente: la fratellanza, il perdono, l’accettazione della diversità.
Mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, ci invita a non guardare al Poverello unicamente come sperimentatore del ritorno dell’uomo al creato, ma anche come convinto assertore della teologia trinitaria, attraverso la quale Gesù è visto come esempio da seguire grazie all’illuminazione dello Spirito Santo, che ci aiuta a vedere nel Figlio il dono del Padre. E ci riporta alla vera immagine di un Francesco che appare in tutta la sua realtà, come nella testimonianza di Tommaso da Spalato, che ebbe modo di vederlo e lo descrive in modalità lontane dagli abbellimenti posteriori. Il fascino dell’Assisiate risiedeva altrove: nella sua capacità di parlare agli altri, e gli altri sapevano che quelle parole erano frutto di una scelta radicale di nuova vita. Quello che importava era vivere il Vangelo, guadagnarsi il cibo con il proprio lavoro, senza lasciarsi prendere dall’ozio. Aveva intuito che la sazietà sarebbe divenuta il pericolo di una società che rischia di dimenticare la dimensione dello Spirito.
Un altro francescano, Giampaolo Cavalli, direttore dell’Antoniano di Bologna, mette bene in evidenza il carattere rivoluzionario dell’insegnamento del santo, proprio perché esso persegue la rinuncia ai falsi idoli del benessere: l’immersione in quella dimensione che la borghesia del tempo vedeva come umiliazione era invece riscoperta della vita. La vera vita, quella dell’incontro, della contemplazione della bellezza del creato. E oggi sta riemergendo, afferma Cavalli, quella nuova e antica richiesta di senso che va oltre il mero soddisfacimento materiale.
Perché è proprio da una materia vista come dono del Creatore che parte la contemplazione della vera bellezza: Cipolloni cita passi di Tommaso da Celano in cui la contemplazione dei fiori era per Francesco la consapevolezza della loro partecipazione al creato, “come esseri dotati di ragione”. Le cose inanimate, i fiori, gli alberi, gli animali sono sorelle e fratelli.
Come afferma Roberto Pasolini, predicatore della Casa pontificia, l’ubbidienza al Vangelo significa anche “consenso a una vita più grande della propria”. E se Francesco aveva sperimentato la volontà di diventare cavaliere ed eroico combattente, il Cristo opponeva a quel sogno le proprie sofferenze, l’agonia, la terribile morte sulla croce. Pian piano Francesco smette “di pretendere che la realtà coincida con i nostri desideri” e si arrende a una diversa visione del mondo, in cui l’uomo non è più dominatore, ma umile parte.
Un libro, questo, che ci aiuta a capire l’attualità dell’eredità francescana, a patto che la sappiamo realizzare nel qui e nell’ora, tornando a vedere con gli occhi della meraviglia i doni della creazione.
San Francesco e il perdono che riconciliò il vescovo e il podestà di Assisi
Scritto il 26/09/2026
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