Mentre il conflitto in Sudan tra esercito governativo (Saf) e Forze di supporto rapido (Rsf) iniziato il 15 aprile 2023 si avvia verso il suo quarto anno, un nuovo e drammatico rapporto di Medici senza frontiere (Msf) diffuso oggi squarcia il velo di invisibilità su una delle armi più atroci di questa e di tutte le guerre: la violenza sessuale sistematica contro donne e minori. Il documento, intitolato “C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur”, documenta un orrore pervasivo che non risparmia neppure le aree lontane dai combattimenti.
(foto: Msf)
I numeri di una tragedia silenziosa. I dati raccolti tra gennaio 2024 e novembre 2025 descrivono uno scenario apocalittico:
almeno 3.396 sopravvissute si sono rivolte alle strutture supportate da Msf nel Darfur settentrionale e meridionale.
Tuttavia, l’organizzazione avverte che questa cifra rappresenta solo la punta dell’iceberg, poiché l’insicurezza impedisce a moltissime vittime di raggiungere i soccorsi. Il 97% delle persone assistite è composto da donne e ragazze, ma il dato più agghiacciante riguarda i minori: nel Darfur meridionale, un sopravvissuto su cinque ha meno di 18 anni, con 41 casi di bambini sotto i 5 anni che hanno subito abusi. Le violenze avvengono ovunque: il 34% delle aggressioni avviene nei campi agricoli e il 22% durante la ricerca di beni di prima necessità come acqua e legna. Secondo le testimonianze, i soldati delle Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie alleate sono i principali responsabili di questi abusi, spesso compiuti da gruppi di più aggressori (nel 60% dei casi nel Darfur meridionale) per umiliare e intimidare le comunità.
(foto: Msf)
Le testimonianze delle sopravvissute. Le storie raccolte nel rapporto restituiscono il volto umano di questa barbarie. Una donna ha raccontato di essere stata portata in uno spiazzo durante la fuga da casa e violentata ripetutamente da tre uomini diversi, mentre le puntavano le armi alla testa. A Nyala, una donna di 25 anni ha testimoniato l’atroce fine della nipote tredicenne: “L’hanno presa e l’hanno violentata vicino al punto dove c’è l’acqua. È morta pochi giorni dopo”. Un’altra donna di 27 anni riferisce di un’aggressione di gruppo tra El Fasher e Gorney, dove una ragazza di 22 anni è morta sul posto sotto gli occhi delle compagne. Per molte abitanti del Darfur, lo stupro è diventato un rischio quotidiano legato a gesti normali come andare al mercato.
(foto: Msf)
L’indignazione e la forza del riscatto: il commento di Caritas Italiana. Di fronte a tale efferatezza, Fabrizio Cavalletti, responsabile dei programmi in Africa di Caritas Italiana, esprime al Sir “sgomento e indignazione”. Secondo Cavalletti, queste atrocità riguardano l’intera umanità:
“Quando viene violata la vita in qualsiasi parte del mondo, viene ferita una parte dell’umanità di cui tutti facciamo parte”.
Cavalletti denuncia la sistematica violazione del diritto internazionale umanitario, sottolineando come i più vulnerabili siano diventati i bersagli principali. Tuttavia, affianca all’indignazione un messaggio di speranza, citando la straordinaria capacità di riscatto mostrata dalle profughe sudanesi in Ciad. Proprio lì, dove oltre il 90% dei rifugiati sono donne, ha avviato programmi come gli orti comunitari avviati spontaneamente dalle sopravvissute per affrancarsi dalla dipendenza dagli aiuti. “Questo è un segno concreto della forza di queste donne e rappresenta un motivo in più per non distogliere lo sguardo”, afferma Cavalletti, spiegando come Caritas Ciad e la diocesi di Mongo, con il supporto di Caritas italiana, stiano sostenendo questi percorsi di autosostentamento e supporto psicologico.
(foto: Msf)
Il paradosso di una guerra invisibile. Il dramma del Sudan è alimentato da un paradosso politico e umanitario. Mentre i finanziamenti per gli aiuti restano gravemente insufficienti, il flusso di armi verso le parti in conflitto non si ferma. Cavalletti ricorda che i due schieramenti oggi in lotta sono gli stessi che hanno attuato il colpo di Stato del 2021, soffocando una transizione democratica avviata nel 2019. L’appello delle organizzazioni è unanime. Da un lato, Msf chiede alle Nazioni Unite e ai donatori di potenziare con urgenza i servizi di protezione. Dall’altro, Caritas italiana invoca
“un deciso sforzo diplomatico per il cessate il fuoco, l’aumento degli aiuti umanitari e l’interruzione della fornitura di armi da parte della comunità internazionale”.
Supportare la società civile sudanese, che chiede un ritorno al governo civile, resta l’unica via per garantire al Paese “la possibilità concreta di una storia diversa”.
(foto: Msf)

