Dal frutto di un amore al segno tangibile che qualcosa si è rotto. Contesi, usati come arma di ricatto nei confronti l’uno dell’altro. Sono i bambini e gli adolescenti, come Sarah e Alisya, le due sorelle scappate dalla casa-famiglia a cui erano state affidate e ritrovate dopo due settimane a Minturno. Ragazze e ragazzi che per anni sopravvivono alle ferite lasciate dai loro stessi genitori e che in un modo o nell’altro, se non presi in carico, rischiano di finire in un vortice di violenza che si perpetua nel tempo. “I bambini vittime di questi conflitti hanno un vissuto di trauma che può generare un disturbo post-traumatico nel tempo e quadri di psicopatologia, nonché storie future di adulti di stabilire dei rapporti disfunzionali”, afferma Daniela Chieffo, docente di psicologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Ricordiamo che spesso all’interno di conflitti genitoriali questi bambini assorbono dei tratti di aggressività anche impliciti di manipolazione. Non c’è un genitore che ha ragione sull’altro perché nel momento in cui c’è un conflitto e c’è una mancanza di responsabilità nei confronti della tutela di un bambino e la responsabilità è di entrambi i genitori”, sottolinea la psicologa.
(Foto Università Cattolica Sacro Cuore)
In questi contesti, in cui i genitori sono concentrati più sul proprio dolore, piuttosto che su quello che stanno provocando ai loro figli, intercettare i segni di disagio, i cosiddetti campanelli d’allarme può risultare difficile. “Spesso i bambini e i ragazzi hanno dei meccanismi di difesa, in termini proprio di sopravvivenza, che li porta a una sorta di consapevolezza di non avere nessun controllo sulla propria vita rispetto alla sottomissione psicologica e alla manipolazione e quindi assecondano questi meccanismi. Poi ci sono delle forme che possono essere dissociative – continua Chieffo -, per cui i ragazzi possono crearsi uno spazio loro di alienazione per far fronte a un conflitto e si distaccano da una realtà che vivono tutti i giorni. Oppure vivono in uno stato di ipervigilanza e iperprotezione perché alcune volte i figli tendono a proteggere il genitore all’interno del conflitto e si colpevolizzano. E soprattutto sperimentano il vissuto dell’invisibile, del fantasma, di quello che non merita l’attenzione su di sé, si sente solo uno strumento nelle mani del genitore, deprivandosi della sua identità”.
E se nei litigi di tutti i giorni si crede che tanto i bambini sono piccoli e non capiscono quello che sta succedendo, magari perché si tende a rinchiudere il conflitto all’interno della propria camera, come se la porta fosse lo scudo per proteggere i più piccoli, la dottoressa tende a precisare che “gli studi riportano come anche durante la gestazione il battito cardiaco del feto si altera quando c’è una donna che vive un conflitto. Quindi sin dall’inizio il bambino avverte e comprende tutto, assorbe, ma purtroppo non ha la capacità di riportare e di esprimere quello che sta vivendo. Quindi ad un certo punto quella sofferenza può implodere o semplicemente sedimentare per poi manifestarsi quando si è adulti”.
In queste situazioni, il ruolo delle istituzioni diventa cruciale. “Intanto bisogna fare di tutto perché in generale i bambini, i ragazzi si possano sentire affidati alle istituzioni. Dalla scuola a qualsiasi sistema che ruota intorno al minore. È fondamentale che sappiano che c’è nella loro vita esistono figure adulte a cui si possa affidare. E anche far capire che il conflitto dei genitori a volte ha una natura di sofferenza e quindi parlarne non significa processare i genitori. Però allo stesso tempo le istituzioni devono essere pronte ad accogliere questa sofferenza e a supervisionare, a monitorare, sempre in punta di piedi, con prudenza, senza ulteriormente strattonare il bambino”.
Certe volte, però l’unica strada percorribile, per il benessere del bambino è proprio l’allontanamento dai genitori. “Nelle forme estreme – conclude la psicologa -, la via dell’allontanamento è l’unica arma per tutelare il minore. È una forma estrema e che deve essere comunque preceduta da forme di prevenzione. Allo stesso tempo, nel momento in cui accade e c’è un corpo di persone specializzate che decide, allora quello bisogna far comprendere ai genitori, ma soprattutto ai bambini, che è per il loro bene, in vista di un riavvicinamento. E questo è importante perché in questo periodo stiamo assistendo anche a uno stigma nei confronti di alcune figure che vengono demonizzate. Bisogna stare attenti a questo perché lavorare sui minori significa ridurre il disagio di un adulto, anche dal punto di vista economico e sanitario, perché lavorare, aiutare e sostenere lo sviluppo in termini di prevenzione di un bambino significa ridurre al minimo l’innesto di quadri più psicopatologici di un adulto”.
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