Ebola. Amref, “prevenzione e prudenza sono il primo vaccino”. È allerta in Uganda, Kenya e Sud Sudan

Scritto il 08/07/2026
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Le prima difese contro la diffusione dell’epidemia di Ebola in Kenya, Sud Sudan e Uganda sono la prevenzione e la prudenza: monitorare le frontiere, sensibilizzare le comunità, tracciare i contatti ed evitare i comportamenti a rischio, rafforzando al tempo stesso i laboratori dove fare i test, le strutture e le infrastrutture. A sei settimane dall’inizio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dichiarata il 17 maggio dall’Organizzazione mondiale della sanità emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, Amref Health Africa ha tracciato un bilancio del lavoro sul campo in alcune sedi africane, durante una riunione on line. L’epidemia di quest’anno, causata dal ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o cure, ha registrato nella Repubblica Democratica del Congo 1.460 casi confermati, inclusi 452 decessi (dati Oms al 1° luglio). Il 24 giugno anche le autorità francesi hanno notificato un caso in un medico rientrato dalla RD Congo. In questo contesto, le cure di supporto tempestive sono il principale intervento salvavita disponibile. Se si riducono i tempi di identificazione del virus da giorni a ore, si salvano vite umane.

In Uganda sono stati registrati finora 20 casi, con due morti. Qui Amref lavora a livello nazionale a stretto contatto con il Ministero della salute e a livello regionale con centri e task force di risposta immediata. I maggiori rischi sono dovuti alla lunghezza dei confini, oltre 877 km, che separano l’Uganda dalla RD Congo, con centinaia di movimenti transfrontalieri ogni giorno. “Dobbiamo impegnarci in controlli continui per essere in grado di identificare il prima possibile i potenziali casi”, racconta Emmanuel Ebitu, di Amref Uganda. Qui esistono Squadre sanitarie di villaggio (Vht – Village Health Team) formate da volontari “che ricevono training di base dal ministero e sensibilizzano i rispettivi villaggi per la prevenzione dell’Ebola e di qualsiasi altra malattia”. Un grande problema, condiviso da tutti, è la scarsità di investimenti per i sistemi sanitari: “I Paesi dovrebbero incrementare il budget destinato alla sanità al 15%, in Uganda siamo sotto l’8%. Perciò dobbiamo contare sui contributi dei nostri partner di Amref per essere resilienti e sostenibili”.

Uno degli aspetti più pericolosi nelle risposte all’Ebola è la disinformazione, “che crea ritardi e negazionismi”, aggiunge Lilian Kamanzi Mugisha, di Amref Uganda. Nel Paese si parlano 53 lingue locali; i materiali di sensibilizzazione sono tradotti in tre lingue. Nella regione del West Nile ci sono rifugiati da diversi Paesi che continuano a ospitare parenti, per cui il rischio di contagio è altissimo. Il momento più critico è quello dei funerali, a causa della consuetudine di toccare i corpi. Lo scambio di informazioni tra Congo e Uganda avviene tramite una rete di centri di controllo alle frontiere e dai rapporti istituzionali ministeriali o delle agenzie internazionali. “Il nostro obiettivo è distribuire in tutto il Paese le informazioni approvate dal Ministero della sanità – precisa -. I fondi che abbiamo ricevuto da Amref sono stati fondamentali e hanno fatto la differenza”.

(foto: Amref Health Africa)

“Il nostro vaccino è la prevenzione e la prudenza: dobbiamo evitare i comportamenti rischiosi e rafforzare le strutture e le infrastrutture”. Ne è convinta Sarah Kosgei, di Amref Kenya. Finora sono stati registrati solo casi sospetti che poi si sono rivelati negativi. L’attività di prevenzione raggiunge circa il 70% della popolazione. “Conosciamo bene Ebola, quindi dobbiamo spiegare e sensibilizzare le persone.

Il sistema deve essere sempre pronto anche se non ci sono casi

– afferma -. Lavoriamo con gli istituti di salute pubblica e il governo per cercare di mettere in sicurezza il Paese e le comunità, formando gli operatori sanitari. Se ci fosse un caso bisogna isolare tutta la comunità e fare i controlli. Stiamo facendo scorte di dispositivi di protezione individuale e test, ma abbiamo solo quattro laboratori ed è difficile spostare i campioni”. Il timore maggiore è che le comunità locali nascondano i sintomi per paura dello stigma: “Cerchiamo di istruire le persone invitandole a farsi curare se hanno sospetti. Spieghiamo come organizzare i funerali in sicurezza. Non possiamo farlo dopo il primo focolaio perché sarebbe già troppo tardi”.

In Sud Sudan la situazione sanitaria è molto critica, anche a causa dell’instabilità e del riaccendersi di tensioni e violenze. Finora non sono stati registrati casi di Ebola, ma il rischio è altissimo. In uno degli Stati più corrotti al mondo i fondi destinati alla sanità sono scarsissimi. “Il 56% di tutti i nostri fondi viene dai donatori, il governo ha stanziato solo l’1-2% e i fondi vengono tagliati di anno in anno”, spiega Moshin Ranathunga, di Amref Sud Sudan. Anche qui, per ridurre i rischi, bisogna monitorare 714 km di frontiera con la R.D. Congo, con continui spostamenti di persone. “Siamo stati accreditati dal ministero per la risposta all’epidemia – dice -. Però in alcune zone non esiste nemmeno una rappresentanza del Ministero della salute. Noi sostituiamo o rappresentiamo il governo coordinando le attività a livello di territorio. Ma non riusciamo a testare tutte le persone che passano la frontiera”. La metà degli ospedali, tutti con gravi carenze di forniture sanitarie, presenta ancora i danni del conflitto. Molti operatori sanitari non vengono pagati, i laboratori spesso non hanno nemmeno i generatori di corrente elettrica in caso di blackout. Come se non bastasse, aggiunge, “abbiamo perso il sostegno del governo americano, che ha portato via tutti gli equipaggiamenti per i laboratori. Prima o poi ci sveglieremo con casi di Ebola perché è difficile pensare che, con tutti questi spostamenti, non accada. Stiamo cercando di tenere duro ma, se la situazione non cambia, siamo in alto mare.

Non possiamo permetterci un’epidemia perché il sistema è troppo fragile”.

Il suo appello: “Servono fondi per laboratori, ospedali, operatori sanitari”.

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