Bambini e famiglie costrette a nutrirsi perfino dei bulbi dei gigli selvatici, essiccati e trasformati in farina. Il pesce per fortuna è abbondante ma non c’è molto altro da mangiare per chi vive nello Stato di Jonglei, nel Sud Sudan orientale, colpito dalla carestia e dalla crisi alimentare provocata dai disordini, dalle operazioni militari e dalle alluvioni causate dal cambiamento climatico. L’innalzamento del livello delle acque del bacino del Nilo sta causando enormi problemi a queste popolazioni che vivono in aree paludose. Circostanze aggravate dai movimenti di ribellione di gruppi legati allo SPLM-IO (acronimo di Sudan People’s Liberation Movement in Opposition, la sigla “IO” significa “In Opposition”), che sta conducendo azioni armate contro postazioni militari e governative. Il Sud Sudan è il classico esempio di conflitto a bassa intensità. Questo ha provocato un enorme sfollamento dai villaggi, oltre 280.000-300.000 persone da inizio anno. Oggi in Sud Sudan oltre 7,8 milioni di persone – sei su dieci– stanno affrontando una grave insicurezza alimentare. Quasi 700 mila bambini soffrono di malnutrizione acuta grave – la forma più letale che richiede cure mediche urgenti e trattamenti specializzati. Gli sfollati interni sono quasi 2 milioni, 1 milione sono fuggiti dal conflitto in Sudan iniziato nell’aprile 2023. “Ogni volta che le persone sono costrette a lasciare le proprie case, perdono tutto e diventano estremamente vulnerabili dal punto di vista umanitario. La Chiesa cerca sempre di intervenire laddove le condizioni di sicurezza lo consentono. Le popolazioni si rivolgono spesso a noi quando si trovano in difficoltà”, racconta al Sir la comboniana suor Elena Balatti, originaria della provincia di Sondrio, da 25 anni missionaria in Sud Sudan. Nel Jonglei gli aiuti umanitari arrivano con il contagocce. Le Suore missionarie comboniane cercano di contribuire per gli aiuti di emergenza, indirizzandoli verso chi ha maggiori necessità. Alcune organizzazioni umanitarie, tra cui Save the Children, hanno dovuto interrompere le operazioni a causa della violenza.
Suor Elena Balatti (la prima da sinistra) davanti alla chiesa della S. Trinità a Old Fangak, una delle città principali dello Stato del Jonglei (Sud Sudan) (foto: E.Balatti)
Ostacoli agli aiuti umanitari. Suor Balatti ha lavorato fino a febbraio con Caritas Malakal e altre organizzazioni umanitarie e ora è in attesa di una nuova destinazione.
“Ci siamo spesso trovati nell’impossibilità di far arrivare il cibo attraverso le rotte fluviali dalla capitale Juba verso le zone più bisognose del Jonglei
– dice -. In situazioni di insicurezza, infatti, il cibo diventa una risorsa di valore enorme e il suo trasporto risulta estremamente difficile. Ho saputo che, nella zona di Ayod, nello Stato di Jonglei, al confine con l’Etiopia, alcuni aiuti sono riusciti recentemente a raggiungere la popolazione e che la distribuzione è in corso”.
Una crisi sottofinanziata. Da diversi anni Caritas Sud Sudan rivolge appelli sia alla comunità internazionale sia alla rete Caritas nel mondo affinché sostengano gli interventi umanitari nel Paese.
“Purtroppo, gli aiuti arrivano in misura insufficiente
– ammette -. Oggi il numero di conflitti nel mondo è aumentato notevolmente e l’attenzione internazionale si concentra su altre emergenze. Sudan e Sud Sudan ricevono molta meno attenzione rispetto ad altre crisi e questo si riflette inevitabilmente sul livello dei finanziamenti disponibili. Le risorse ricevute dalla rete Caritas sono molto inferiori rispetto ai bisogni effettivi”.
Anche sul fronte sanitario la situazione è molto grave. “Gli ospedali sono pochissimi la maggior parte non sono operativi a causa dei combattimenti, che non hanno risparmiato neppure le strutture mediche”. Nonostante tutto, prosegue la comboniana, “la popolazione continua a resistere giorno dopo giorno, spesso sostenuta dalla fede e dalla speranza in un futuro migliore. Altri, purtroppo, continuano invece a vedere nella lotta armata l’unica soluzione possibile”.
Sud Sudan, suor Elena Balatti a Malakal al campo per sfollati di guerra dal Sudan – (foto: E.Balatti)
“Le crisi che osserviamo oggi hanno radici lontane: sono il risultato di una lunga catena di eventi. Lo SPLM-IO è oggi una realtà molto fluida e non rappresenta più una forza politica compatta e coesa come in passato – spiega la missionaria -. Il panorama politico e militare del Sud Sudan è in continua frammentazione. Molti gruppi si stanno dividendo in fazioni che fanno riferimento a diversi leader politici o militari”.
Il conflitto in Sud Sudan si è riacceso gravemente nonostante gli accordi di pace del 2018 che prevedono la conclusione del processo di pacificazione con le elezioni programmate per dicembre 2026. Dietro al conflitto c’è la lotta per il controllo dello Stato e del potere politico, tensioni di natura etnica e, come in tutte le guerre, gli interessi sulle risorse naturali, in primis il petrolio e l’oro. Alcuni organismi di monitoraggio regionali, dell’Africa orientale e dell’Unione Africana e ambasciate occidentali mantengono un dialogo con il governo e con le opposizioni per favorire il rispetto degli accordi di pace. “La sfida principale rimane quella di rispettare gli impegni presi e trasformare il conflitto armato in competizione politica pacifica”, osserva suor Balatti.
Il gesto di Papa Francesco dell’aprile 2019 di lavare i piedi ai leader del Sud Sudan per chiedere di impegnarsi per la pace finora è stato disatteso: “Resta un simbolo e un ideale che non è stato pienamente seguito dai fatti”. Il presidente Salva Kiir continua a dichiarare il proprio sostegno alla pace, “ma nei fatti il Paese rimane estremamente fragile”, precisa la missionaria, e “permane un clima di forte incertezza”. Ad esempio, alcuni aspetti fondamentali come il censimento degli aventi diritto al voto, “non sono ancora stati completati”. “Di conseguenza – puntualizza – ci sono tensioni e preoccupazioni legate alla possibilità che gli scontri proseguano anche in vista delle elezioni”.
Gli appelli della missionaria. Suor Balatti chiede di “continuare a pregare per la pace” ma auspica soprattutto “un impegno politico e diplomatico. La comunità internazionale dovrebbe esercitare una pressione costante sui leader che hanno il potere di prendere decisioni capaci di favorire la pace”.
“Dietro il conflitto esistono interessi economici significativi e bisogna sperare che il valore della vita umana prevalga sugli interessi materiali”.
Una richiesta specifica è rivolta “a chiunque sia coinvolto nel commercio di armi destinate al Sud Sudan: rifletta sulle conseguenze delle proprie azioni”. Infine, conclude, “chiunque abbia la possibilità di contribuire con aiuti umanitari — cibo, medicinali o beni di prima necessità — lo faccia attraverso la Chiesa o attraverso altri canali affidabili e sicuri”.
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