Pacta sunt servanda. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è partito dal più antico principio del diritto internazionale per spiegare perché il mondo ha smesso di fidarsi di se stesso. Oggi, dal podio del dibattito generale dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, dedicata al tema “Ristabilire la fiducia, gestire la trasformazione”, il porporato ha indicato nel “disprezzo” di quella regola la radice di “un sistema di minacce reciproche fondato sull’illusione che la forza generi potere”. La bussola è la Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, richiamata a ogni snodo dell’intervento, mentre il Papa è in viaggio apostolico in Francia.
Dalla potenza al negoziato
Pace, giustizia e verità: sono le tre parole che, secondo Leone XIV, devono guidare la diplomazia. Parolin le ha declinate dentro la proposta centrale dell’enciclica, il passaggio dalla “cultura della potenza” alla “cultura del negoziato”, nella quale dialogo e diplomazia diventano la via ordinaria per risolvere i conflitti, anche con gli interlocutori considerati più scomodi. La diagnosi è quella del discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio scorso: “A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza”. E ancora: “La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Di qui il disarmo, “veicolo necessario”: il diritto alla difesa non deve degenerare “in una corsa al riarmo massiccio” e la sicurezza fondata sulla deterrenza “non è né inevitabile né esaustiva”. La stessa tensione aveva segnato l’apertura dei lavori, quando António Guterres, al suo ultimo dibattito generale da segretario generale, aveva avvertito che il potere deve essere governato dal diritto. Ieri, nella sede dell’Unesco a Parigi, il Papa aveva descritto questo clima: “Il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace”.
(Foto ANSA/SIR)
Armi autonome, il limite umano
Sull’intelligenza artificiale, dove la sfida antropologica si fa “più acuta”, il controllo degli strumenti “non deve restare nelle mani di pochi”. Per le armi autonome letali Parolin ha ripreso alla lettera i criteri dell’enciclica. “Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”, per cui “la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile”. In guerra “decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza”. Il punto fermo: “La scelta di impiegare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile”, dentro un quadro condiviso anche internazionale che freni la corsa agli armamenti tecnologici. Un’etica generica non basta: occorre liberare l’IA “dalle logiche di dominio, di esclusione e di morte”. Il contrappunto si era sentito martedì 22 dallo stesso podio: “Gli Stati Uniti respingono totalmente qualsiasi tentativo di costruire uno schema globalista di controllo dell’intelligenza artificiale”, aveva dichiarato il presidente Donald Trump. A Ginevra, intanto, dopo dodici anni di discussioni è sul tavolo una bozza di testo sulle armi autonome.
Una mappa delle crisi aperte
Poi le crisi, una per una. “Il passare del tempo non rende una guerra meno intollerabile”, ha scandito Parolin sull’Ucraina, dopo oltre quattro anni di conflitto. Sul Golfo, dove i negoziati tra Washington e Teheran restano appesi alle mediazioni di Qatar, Pakistan ed Egitto, la Santa Sede “non può tacere” l’impatto su civili spinti “verso la fame e lo sfollamento forzato” e chiede alle parti “il coraggio” del dialogo. Accolto l’accordo quadro trilaterale tra Stati Uniti, Israele e Libano, ma con “serie preoccupazioni” per l’attuazione, e l’invito a sostenere i cristiani del Levante, “forza attiva di pace”; per Gaza e la Cisgiordania la via resta la soluzione a due Stati. L’elenco scorre dai Rohingya al Sudan, dalla Repubblica democratica del Congo al Sahel, fino a Venezuela, Haiti e Nicaragua, con la denuncia della persecuzione dei cristiani: “Il silenzio di fronte a tali sofferenze sarebbe un tradimento”. Sullo sfondo la riforma UN80, che per la Santa Sede non può ridursi ad “aggiustamenti tecnici”. “La trasformazione che il mondo sta affrontando non aspetterà l’attività o l’inattività delle Nazioni Unite”, ha concluso il segretario di Stato: “È imperativo disarmare non solo le armi, ma la logica del dominio”.

