La prima pioggia d’autunno può diventare un segno di speranza in una terra segnata dalla guerra. Accade nella Striscia di Gaza, dove la quotidianità continua a oscillare tra sofferenza e desiderio di futuro. A raccontarla è padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, che attraverso le sue testimonianze, via social, restituisce il volto umano di una popolazione che vive tra emergenza, precarietà e attesa della pace.
La pioggia della Croce. Nei giorni scorsi le prime precipitazioni hanno riportato alla luce un’antica tradizione condivisa da cristiani e musulmani. “Qui c’è una tradizione molto antica: la prima pioggia arriva per la festa della Santa Croce”, spiega il sacerdote argentino. Per questo, quando cade la prima pioggia, molti non dicono semplicemente che ha piovuto, ma che “è arrivata la Croce”. Quest’anno le precipitazioni sono giunte tra la festa della Santa Croce celebrata dalla Chiesa latina il 14 settembre e quella delle Chiese orientali, il 27 e 28 settembre. Per qualche ora la città ha ritrovato un frammento di normalità: bambini che giocano, persone che si salutano con gioia, strade animate da un’insolita serenità.
La condizione degli sfollati. Ma la pioggia porta con sé anche nuove preoccupazioni. Decine e decine di migliaia di sfollati vivono ancora in tende, rifugi di fortuna o edifici gravemente danneggiati dai bombardamenti. Padre Romanelli ricorda il recente crollo di un palazzo di sei piani che ha causato vittime e dispersi. “La gente qui vive come può e dove può. Non è normale, ma è diventato abituale vedere persone che abitano in edifici pericolanti o tra le rovine delle proprie case”. Le fondamenta compromesse e la mancanza di materiali per le riparazioni rendono molte strutture particolarmente vulnerabili al maltempo. Tra le storie che più lo hanno colpito c’è quella di un insegnante musulmano della scuola della Sacra Famiglia. Dopo aver perso alcuni familiari durante il conflitto, era riuscito a rientrare nel nord della Striscia con moglie e figli, trovando riparo nella parte ancora in piedi della propria abitazione. Anche quell’edificio, però, è successivamente crollato. “Furono estratti dalle macerie quasi tutti feriti e persero altri membri della famiglia”, racconta il parroco. Oggi vivono nel seminterrato di ciò che resta della casa, dopo aver rimosso a mani nude tonnellate di detriti.
Riapertura della scuola. In questo contesto la scuola rappresenta un segno concreto di resistenza e speranza. Nella parrocchia della Sacra Famiglia sono riprese le lezioni per 1005 studenti, cristiani e musulmani. I docenti sono 77. “Noi non abbiamo mai chiuso la scuola. Perfino nel momento peggiore della guerra tenevamo lezioni per i rifugiati”, afferma Romanelli. Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 è stato possibile riaccogliere progressivamente anche gli studenti musulmani. Quest’anno la comunità ha scelto di ampliare ulteriormente il numero degli iscritti, nonostante gli enormi problemi logistici e l’assenza dei trasporti. Per portare bambini e docenti a scuola si noleggiano i pochi bus disponibili.
“Le scuole danno una speranza concreta di vita. Qui, come in molte altre parti del mondo, animano la vita sociale delle persone e infondono coraggio”. Particolarmente toccante è stato l’incontro con i genitori. “Durante l’assemblea è stato davvero commovente vedere le famiglie e i bambini piangere, tutti visibilmente emozionati. Quello che si è vissuto qui, e che si continua a vivere, è terribile”. Per il sacerdote, la parrocchia è chiamata a essere “un’oasi di vita spirituale e di umanità” in mezzo alla devastazione.
Il pianto dei bambini. Il pensiero corre soprattutto ai più piccoli. “Qui vediamo tanti bambini che piangono. È terribile, perché assistono a cose gravissime e solo Dio sa quanto tutto questo rimanga impresso nelle loro anime”. Un dolore che rischia di lasciare ferite profonde e durature. Ricordando una raccolta di lettere indirizzate ai produttori di armi promossa anni fa con alcuni bambini della comunità cristiana, padre Romanelli cita una frase che oggi risuona con ancora maggiore forza: “Le armi trasformano i bambini in orfani”. È forse l’immagine che meglio sintetizza il prezzo pagato dalle nuove generazioni. Da Gaza, il parroco rinnova infine il suo appello: “Continuiamo a pregare perché tutto questo finisca e perché arrivi la pace”.
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