Al di là dello squallido spettacolo offerto da Trump con le sue battute, rimane la delicata situazione politica italiana. Concluso il periodo delle prove elettorali cosiddette “intermedie”, ora l’attenzione è rivolta alle elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento. Quando manca un anno alla consultazione elettorale, tutto fa ritenere che le forze politiche, di entrambi gli schieramenti, si trovino in difficoltà sia nel portare a termine quanto già programmato, sia nella formulazione di progetti e alleanze credibili per affrontare il giudizio degli elettori. Il timore di perdere le elezioni e la cautela prevalgono su ogni altro atteggiamento. Si ha l’impressione, cioè, che si guardi alle prossime elezioni non come a un momento privilegiato per dibattere e confrontarsi sulle questioni che si vogliono affrontare per il futuro del Paese, quanto a una prova da superare con il minor danno possibile. Al punto che, anche la legge elettorale in preparazione, sembra quasi orientata più al pareggio che a un risultato chiaro e netto. È la naturale conclusione di una legislazione, arrivata al quarto anno di vita, contrassegnata da una accentuata aggressività e polarizzazione tra le forze politiche, che hanno bruciato quattro anni colpevolizzandosi a vicenda, anziché ricercare intese utili a dare risposte, almeno, sulle questioni di fondo. Da una parte, le forze di maggioranza impegnate a celebrare i primati – presunti o reali – conseguiti; dall’altra le opposizioni intente a denigrare ogni iniziativa del governo – anche quelle positive – e a cercare ogni pretesto per alimentare polemiche sterili e senza prospettive. Così che questa legislatura rischia di passare alle cronache come quella delle occasioni perdute. La maggioranza per non avere fatto tesoro della straordinaria opportunità della stabilità di governo per portare a soluzione o, quanto meno affrontare, i problemi strutturali del Paese. L’opposizione per non essere stata capace di presentare, a tutt’oggi, una coalizione – campo largo? – con un programma e un candidato premier condivisi. Le divisioni fra le coalizioni e quelle all’interno delle stesse – europeisti contro euroscettici, filorussi contro filo-ucraini, pro-Palestina e pro-Trump e via dicendo – hanno prevalso su ogni altro progetto di coesione e di alleanza operativa validi per il presente e per il futuro. Con la particolarità che mentre le divisioni nella destra vengono tacitate per evitare una crisi di governo, nella sinistra sono evidenti e fanno rumore. Siamo in presenza, purtroppo, di un modo vecchio di fare politica in una società che cambia. A fronte di evidenti punti di forza – l’Italia presenta i conti in ordine, l’occupazione aumenta, le esportazioni superano i 600 miliardi di euro, il turismo cresce e altri ancora – vi sono problemi che per la loro soluzione non possono prescindere da una condivisione fra tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione. La decrescita demografica, la sicurezza, l’elevato debito, il divario fra nord e sud, la lentezza della giustizia, la scarsa produttività, l’elevata evasione fiscale, la questione energetica (nucleare o risorse alternative) la carenza di medici e infermieri, il governo dell’intelligenza artificiale, la collocazione del Paese in campo internazionale e altri ancora, sono problemi che appartengono a tutte le forze del Paese, di destra e di sinistra. Stesso discorso per la figura del migrante, che anziché essere considerata una risorsa, viene additata come la causa di tutti i mali. Dall’ultimo rapporto Istat e dal Report 2026 di Caritas, a fronte delle luci sopra citate, emerge un quadro del Paese che fatica a crescere, con una povertà sempre più strutturale e persistente, dove crescono la solitudine e i bisogni sanitari e con un numero sempre più elevato di famiglie che ha difficolta a pagare le bollette e ad arrivare a fine mese. Chi se ne deve fare carico? Nel messaggio inviato al Presidente Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, il Cardinale Zuppi ha detto che, per la Chiesa italiana, il 2 giugno «non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro».
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Scritto il 22/06/2026
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