Minori e carcere. Don Grimaldi: “Dare un futuro di speranza ai giovani è la ricetta migliore, anche se i tempi sono più lunghi”

Scritto il 23/10/2026
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Mentre il 22 ottobre, dopo le violenze di piazza dell’ultimo fine settimana, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha emanato il decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, stanno suscitando molte reazioni le affermazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che – ricordando la “serie di arresti massicci nei confronti di minori” mai avvenuta prima e prospettando la necessità di “spedire dietro le sbarre questi minori violenti” – ha parlato di come il sistema carcerario minorile in questo momento sia “effettivamente in sofferenza” e della possibilità di “ampliare la capienza delle carceri giovanili” o di “trovare accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Sulla questione abbiamo sentito don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Don Raffaele, la repressione è l’unica risposta alla violenza giovanile oggi?
Stiamo vivendo in un mondo disperato, dove la violenza sta prendendo una dimensione quasi di normalità. Tutte le manifestazioni che si sono svolte in questi giorni ci fanno molto riflettere, soprattutto davanti a questo disagio giovanile, che non dico è irrecuperabile, però il governo, la scuola, la Chiesa, la famiglia, tutte insieme queste agenzie educative devono creare rete e collaborare per poter capire in che modo aiutare i giovani che vivono disagi e sono autori di atti di violenza. Papa Leone, incontrando il 22 ottobre i partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria in Aula Paolo VI, ha detto che i giovani hanno bisogno di sentirsi amati. Il Papa ci ha indicato la strada, ci ha dato anche una soluzione: tanti giovani, abbandonati a sé stessi, non sono aiutati a capire in che modo devono vivere la loro vita.

Allora, non è una soluzione ampliare le carceri minorili per avere più posti per mettere dietro le sbarre i giovani violenti?
Umanamente e cristianamente non siamo d’accordo con la posizione del governo di ampliare le carceri, per un semplice motivo, perché questa è una soluzione possiamo dire immediata, ma che non risolve il problema soprattutto dell’educazione dei giovani.

La repressione certamente non costruisce niente, anzi la persona repressa custodisce nel suo cuore una violenza che, appena può, esce fuori.

Quindi la repressione noi come cattolici, come Chiesa, come agenzie educative, non l’accettiamo, però comprendiamo la difficoltà dello Stato ad affrontare il problema e a trovare una risposta immediata alle violenze. Occorre interpellare tutte le agenzie e avviare un tavolo di discussione su questi argomenti, anche molto difficili. Oggettivamente viviamo in un mondo dove veramente la violenza è parte del nostro quotidiano e dovunque andiamo c’è violenza, pensiamo ai femminicidi, alle violenze in casa, alla guerra che ci sta insegnando che a prevalere è il più forte e non serve più il dialogo, mentre la diplomazia potrebbe essere la soluzione migliore per poter risolvere le questioni di guerra.

Anche per i giovani il dialogo può essere una strada da percorrere, invece di chiudersi di fronte alle violenze?
Sì, è importante dialogare anche con i giovani, per capire cosa chiedono ad un mondo che sta cambiando.

I giovani fanno fatica a guardare con speranza il loro futuro, perché la società in cui vivono non prospetta un futuro sicuro per tanti di loro.

Per questo, ad esempio, è importante combattere la povertà educativa e la dispersione scolastica: se i giovani si danno allo studio, se possono investire in cultura, avranno una visione diversa della propria vita, perché anche la cultura aiuta il giovane a costruire un futuro migliore. Investire in politiche giovanili è la risposta migliore rispetto al disagio, ma il problema, che non possiamo negare, è che non si tratta di una soluzione immediata perché i miracoli non si fanno: è un cammino, un processo di cambiamento che può avvenire nella società in tempi più lunghi. Il guaio è che ci sentiamo quasi tutti quanti piccoli davanti ad una società così difficile e molti di noi rischiano di non impegnarsi più, di rassegnarsi al fatto che il mondo deve andare così e lo lasciamo andare. Come diceva Papa Francesco, stiamo tutti sulla stessa barca, però dobbiamo anche remare affinché questa barca non affondi.

Da dove nasce tanta rabbia in questi ragazzi che poi finiscono in carcere?
Se un giovane cresce in una famiglia serena, tranquilla, dove c’è l’amore, dove c’è il rispetto, dove si vive la solidarietà umana, questi giovani crescono bene, ma quando in una famiglia non c’è tutto questo, i genitori li abbandonano a sé stessi, il padre magari è in carcere, la mamma deve cercare di tirare avanti la famiglia, questo è un ambiente che non aiuta i giovani a crescere in serenità e quindi dentro di loro c’è anche una rabbia, soprattutto quando c’è il confronto con altri amici che vivono esperienze diverse, i genitori guadagnano e lavorano, vestono bene, tutto questo influisce anche sulla psiche di un giovane. Qualche giorno fa ho celebrato la messa nel carcere minorile di Casal del Marmo per i miei 42 anni di sacerdozio, è stata veramente una giornata ricca, bella, piena di sorrisi, i giovani si sono sentiti amati, accolti, abbiamo condiviso insieme la bellezza della vita che si costruisce già nel presente. Molti detenuti vivono povertà anche culturali, non hanno avuto la possibilità di studiare, di vivere in ambienti tranquilli: la verità è che tante persone rinchiuse nelle carceri non sono state aiutate dalla vita.

La giustizia riparativa può essere una strada da battere soprattutto con i minori che hanno compiuto reati?
Siamo assolutamente favorevoli alla giustizia riparativa: molti cappellani cercano di creare dei percorsi di giustizia riparativa anche e soprattutto nelle carceri minorili. La giustizia riparativa, infatti, può essere una possibilità per evitare ulteriori violenze e l’ulteriore rabbia che tante volte un giovane che ha commesso un reato si porta dentro. Tanti giovani detenuti vivono anche con il rimorso del male che hanno potuto compiere e la giustizia riparativa aiuta a intraprendere un percorso che aiuta pure le stesse vittime, che non dobbiamo mai dimenticare. Per apprezzare la bellezza della vita, penso che possa essere utile anche agevolare il servizio dei giovani nel mondo del volontariato perché è una forma di grande educazione: i giovani imparano a non rinchiudersi in sé stessi e allargano il loro cuore proprio per far sì che la loro vita sia un dono anche per gli altri.

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