Il senso del “fine vita”

Scritto il 09/09/2026
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Sulla delicata, complessa e scivolosa questione del “fine vita” ci permettiamo di esprimere anche la nostra opinione, in margine a quanto è già stato scritto e a quanto ancora si scriverà in materia, riferendoci in particolare alla recente approvazione della legge da parte del Consiglio regionale del Veneto, sulla quale tutti, penso, abbiamo letto e sentito molti commenti e numerose dichiarazioni, talora critici e più spesso entusiasti per il “traguardo” finalmente raggiunto anche da una regione di centro-destra… In realtà, in questo genere di problemi che attingono alla sfera etica, meglio sarebbe lasciare da parte gli schieramenti politici (tanto che anche a palazzo Ferro Fini è stata lasciata libertà di voto da parte di alcuni partiti). C’è inoltre da precisare che non si tratta di alcun “traguardo” speciale, in quanto questa, come quelle delle altre tre regioni (Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna), intenderebbe semplicemente regolare tempi e modalità dell’accesso al cosiddetto “suicidio assistito” sulla base dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, che esorta il Parlamento (ma non obbligatoriamente) a legiferare più chiaramente sul tema; nella consapevolezza, dunque, di prevenire, in un certo modo abusivamente o comunque in forma surrettizia, il legislatore nazionale. Ci preme anche chiarire i termini. “Fine vita” è così generico che non dice nulla, se non il riferimento alla conclusione della vita terrena, che può avvenire in innumerevoli modi; mentre qui si parla di interventi deliberati e diretti a “stroncarla” perché ritenuta non più vivibile.

In questo senso, a nostro avviso, pur conoscendo bene la elementare distinzione tra “suicidio assistito” (o medicalmente assistito), cioè l’auto-somministrazione del farmaco letale con l’aiuto di altri, ed “eutanasia”, cioè l’intervento di altri per porre fine alla vita di un soggetto malato terminale o che non vuole più vivere (che, almeno in linea di massima, ne abbia espresso l’intenzione), riteniamo si tratti di pura formalità linguistica. Innanzitutto ci pare non vi sia molta differenza tra un “suicidio assistito” e un qualsiasi altro suicidio (atto volontario di togliersi la vita, per qualsiasi ragione, in quanto essa appare appunto non più vivibile), di fronte al quale tutti ci rattristiamo e rammarichiamo, tentando, quando riuscissimo, di impedirlo per “salvare” il soggetto. Inoltre, non vediamo grande differenza neanche tra i due termini citati, condividendo un testo della Federazione Cure Palliative che definisce l’eutanasia come “l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire”, la quale uccisione – continua la definizione – “può essere praticata nella forma del suicidio assistito (con l’aiuto del medico al quale la persona si rivolge per la prescrizione di farmaci letali per l’auto-somministrazione) o nella forma dell’eutanasia volontaria in senso stretto, con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o nel futuro”. Senza girarci molto intorno, dovremmo ammettere tutti che qui siamo di fronte a una scelta radicale nella quale il soggetto si ritiene o è ritenuto “padrone” della propria vita, bene che, invece, secondo ogni autentica giurisprudenza, rimane “indisponibile”.

Ancora più “indisponibile” è la vita di altri per un medico che è chiamato sempre a difendere e promuovere la vita, non certo a inferire la morte. “Nessuna visione della scienza medica – afferma in una recente intervista il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Renzo Pegoraro, la cui competenza e coerenza di medico-sacerdote è ben nota anche qui a Chioggia – potrà mai contemplarla come scienza al servizio della morte”. E, di fronte a questa chiara luce, veniamo anche alle “sfumature di grigio”… E’ da apprezzare, in qualche misura, la serie di emendamenti, molti dei quali proposti dallo stesso presidente della regione Veneto, Alberto Stefani, tesi – come ci spiega nella sua intervista ai settimanali diocesani – ad accentuare le garanzie “in favore della vita”, cioè l’impegno vincolante a offrire sempre e a tutti cure palliative, sostegno psicologico e informazioni su enti che tutelano la vita promuovendo forme adeguate di vicinanza al malato, nonché salvaguardando l’obiezione di coscienza; ma la strada aperta porta comunque – lo sappiamo tutti – verso quella che il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha definito “una deriva difficilmente controllabile”.

Lo sappiamo tutti, poiché la mentalità che ci circonda e che è anche dentro di noi ha già imboccato un piano inclinato (basti pensare alle varie leggi in corso in altri stati che arrivano a sopprimere legalmente la vita nascente persino al nono mese, o alle altre che prevedono l’eutanasia anche per i minorenni…). Sarà da apprezzare anche la Corte Costituzionale, alla quale intenderebbero conformarsi le quattro regioni avanguardiste, che pone limiti rigorosi (alla fine, però, sempre discrezionali!) per il ricorso al “suicidio assistito”. Ma la Corte non è “infallibile” e non è “Vangelo”. In altre parole, dobbiamo chiederci e risponderci se intendiamo difendere e promuovere la vita come dono e bene supremo – e dunque accoglierla, sostenerla, accudirla, amando e consolando; oppure abbandonarla, anzi sopprimerla, quando pensiamo che non serva più a noi e/o agli altri. Sul generico “fine vita” ci sono già delle norme importanti ed equilibrate che andrebbero applicate come il testamento biologico o DAT-Disposizioni Anticipate di Trattamento, la concorde esclusione di ogni forma di “accanimento terapeutico”, la reale offerta universale di cure palliative… Su queste, piuttosto, la Sanità pubblica deve operare seriamente, poiché essa non potrà mai diventare “un servizio alla morte”.

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