(da Parigi) Una strada a senso unico, strettissima. Il Papa arriverà anche qui, alla Maison Bakhita. Una “casa” voluta dalla diocesi di Parigi per rispondere all’appello di Papa Francesco del 21 febbraio 2017 ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” tutte le persone in esilio. Siamo nel cuore del XVIII arrondissement, a 40 minuti di macchina dal centro. Chi entra alla Maison Bakhita è subito accolto, ascoltato. Valerie Moniod è la presidente dell’associazione diocesana e ci tiene subito a precisare: “Non siamo un’opera sociale. La Maison Bakhita è innanzitutto un luogo di carità e sostegno fraterno.
Le sue radici affondano nelle parole del Vangelo: ‘Ero straniero e mi avete accolto’ (Mt 25,35)”.
Valerie Moniod, presidente della Maison Bakhita (Foto Sir)
“È anche un luogo di incontro incondizionato”. “Significa che quando una persona bussa alla nostra porta non chiediamo informazioni sul suo status di immigrazione”, spiega Moniod. “Chiediamo semplicemente da quale Paese proviene e di cosa esattamente ha bisogno. A volte vengono senza conoscere il francese, senza nemmeno essere in grado di comprendere appieno le domande. Ci vengono mandate da associazioni, parrocchie, organizzazioni partner”. Sì, perché la Maison Bakhita funge da collettore e punto di convergenza tra le varie realtà che da tempo esistono in città e lavorano a fianco di migranti e persone in stato di vulnerabilità: dal Secours Catholique al Jesuit Refugee Service (Jrs), dall’associazione “Aux captifs, la libération” alla Congregazione degli scalabriniani.
Suor Maria della Congregazione scalabriniana nella cappellina della Maison Bakhita (Foto Sir)
Il Papa salirà a piedi al secondo piano. Sosterrà in preghiera nella piccola cappella dove, a fianco della statua della Vergine Maria, c’è anche una raffigurazione di santa Giuseppina Bakhita. Poi visiterà le sale in cui la Maison gestisce i vari servizi: corsi di apprendimento della lingua francese, programmi di educazione civica e di introduzione alla storia del Paese, supporto al collocamento lavorativo. “È una prospettiva molto difficile per noi”, spiega Moniod, “perché se le persone non hanno i documenti, secondo la legge attuale non possono lavorare. L’unica cosa che possiamo fare è offrire corsi di pre-formazione professionale – dalla falegnameria al cucito alla cucina – e attestati di frequenza che poi possono dare a un datore di lavoro”.
In questi cinque anni la Maison ha accolto tra le 2.600 e le 2.800 persone. Si tratta di persone che arrivano qui dopo un lunghissimo viaggio, pieno di pericoli e spesso nelle mani di trafficanti d’uomini. Esperienze traumatizzanti, raccontano i volontari, che hanno lasciato ferite profonde.
Spesso non hanno documenti e tutto per loro diventa complicato. Non possono lavorare né accedere ai servizi. A volte non hanno neanche un posto dove dormire.
Nella sala dove Papa Leone incontrerà associazioni e volontari alla Maison Bakhita (Foto Sir)
Sono giovani ma non giovanissimi e aumentano le donne. Provengono da Paesi molto diversi: Africa, America Latina, Haiti, Medio Oriente. Sono circa 135 i volontari che lavorano qui. “Circa il 30% sono persone che abbiamo aiutato e che, pur continuando a beneficiare di corsi di francese o di altre attività, ci hanno chiesto di poter fare volontariato”. Ci sono poi due suore scalabriniane, che vivono al quarto piano dell’edificio.
Nella sala più grande – dove ora le persone si danno appuntamento, si può bere un caffè o semplicemente sedersi a un tavolo – Leone incontrerà i volontari e ascolterà tre testimonianze. Oltre alla Maison Bakhita, prenderanno la parola “Aux captifs, la libération“, associazione che ha la missione di raggiungere persone in condizioni di estrema povertà, senza fissa dimora o coinvolte nella prostituzione, e di accompagnarle per aiutarle a trovare percorsi di liberazione, e “A Bras Ouverts“, associazione che organizza fine settimana o brevi soggiorni per giovani con disabilità, con accompagnatori di età compresa tra i 18 e i 35 anni.
La sede della Maison Bakhita a Parigi (Foto Sir)
Quale messaggio vi aspettate da Papa Leone? “Mi aspetto una parola di conferma su tutto ciò che ci dice riguardo agli esuli”, risponde Moniod. “Ogni persona ha diritto alla propria dignità: è un principio che, naturalmente, tutti i Papi hanno sempre affermato. Ma vorrei che Papa Leone lo ribadisse a noi e soprattutto lo dicesse alla Francia. Spesso manca l’empatia nei confronti delle persone che arrivano dopo aver affrontato percorsi di migrazione traumatici, segnati da esperienze profondamente dolorose. Nessuno sceglie volontariamente di lasciare la propria terra per emigrare: se lo fa è perché è obbligato.
I francesi, e anche molti cattolici, non sempre se ne rendono conto. La domanda è: davvero possiamo voltare le spalle a queste situazioni?
E alla Francia vorrei che il Papa dicesse con chiarezza: non dimenticate che l’immigrazione non può essere considerata solo un problema sociale. Le persone che arrivano qui possono portare ricchezza alla nostra società. Hanno quindi il diritto di essere accolte e di trovare le condizioni necessarie per costruire con noi il proprio futuro e un futuro più sicuro per tutti. Quindi, fatelo!”.
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