Un impatto devastante, in gran parte della Colombia centro-occidentale. E “doppiamente devastante”, nelle zone storicamente “dimenticate” del Paese, dove a essere colpita, in modo significativo, è la popolazione povera e priva di servizi essenziali, in buona parte afrodiscendente, verso la quale permangono sacche di esclusione sociale e, non raramente, di vero e proprio razzismo. Il riferimento è a Cali, capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca, terza città della Colombia, e seconda del Continente per il numero di afrodiscendenti, che, compresa l’area metropolitana, superano il milione di persone; Buenaventura (Valle del Cauca), il grande porto sul Pacifico, epicentro di violenza e traffici illegali; Quibdó, capoluogo del dipartimento del Chocó. Da questi territori, arriva, attraverso il Sir, la voce dell’arcivescovo di Cali, mons. Luis Fernando Rodríguez Velázquez, e del vescovo di Quibdó, mons. Winston Mosquera Moreno. Una voce particolarmente significativa quest’ultima, perché si tratta del primo vescovo afrodiscendente della storia della Chiesa colombiana.
(Foto diocesi Quibdo)
A Cali migliaia di sfollati e gravi danni alle chiese. “In occasione del terremoto che ha colpito la nostra amata Colombia e, in particolare, di quanto abbiamo vissuto nella città di Cali, devo esprimere, innanzitutto, i sentimenti di tristezza, dolore e sgomento per ciò che un evento di tale portata rappresenta per ciascuno di noi”, afferma, da Cali, l’arcivescovo Rodríguez, il quale fa notare che “come persone, come individui, come cittadini, potremmo dire che nessuno è preparato a circostanze e realtà di questa portata. Ci coglie di sorpresa, ma proprio questa sorpresa ci spinge a suscitare solidarietà, aiuto e, soprattutto, a rivolgere lo sguardo all’essenziale, a Dio”. Prosegue l’arcivescovo: “Ringrazio l’agenzia di stampa Sir per l’opportunità che mi offre di condividere ciò che stiamo vivendo nella nostra arcidiocesi, e non solo nella città di Cali, ma anche nelle giurisdizioni suffraganee: Buga, Buenaventura, Palmira e Cartago. In particolare, Buenaventura, che si trova molto più vicina all’epicentro del terremoto, è stata gravemente colpita”.
Se il numero dei morti sale di ora in ora, e a Cali ha superato il centinaio, si registra, come racconta il presule, “un numero molto elevato di sfollati, in particolare nella Valle del Cauca: oltre 4.000 sfollati hanno bisogno di aiuti, alloggi, materassini, cibo, prodotti per l’igiene personale e così via”. Di fronte all’emergenza, “l’arcidiocesi di Cali ha costituito una squadra, il comitato di emergenza, in cui, insieme ai vicari di zona, ai responsabili della Pastorale sociale, al direttore del Banco alimentare e anche ai responsabili della delegazione per l’Architettura e il Patrimonio arcidiocesano”.
Sono almeno 36 le parrocchie colpite, con danni “di enorme gravità” alle chiese, a partire dalla cattedrale di San Pietro Apostolo, che “è stata danneggiata praticamente al 70%; dobbiamo valutare lo stato reale delle sue condizioni. Anche la Curia arcivescovile, dove si trovano gli uffici, presenta un’elevata percentuale di danni. In questo momento, sia la cattedrale che gli uffici hanno dovuto essere evacuati. Accanto alla sede della Curia si trova anche l’emblematica chiesa della Merced, dove 498 anni fa nacque Cali. Lì i padri Mercedari celebrarono per la prima volta l’Eucaristia e ora anche quel tempio rischia di crollare. Dobbiamo occuparci anche di altre chiese e, in questo senso, sono le comunità a risentirne maggiormente perché non hanno un luogo dove celebrare l’Eucaristia”. Mons. Rodríguez, pensando all’emergenza e alla ricostruzione, ringrazia “la comunità internazionale, la Chiesa italiana per la grande disponibilità a prestarci attenzione”.
(Foto diocesi Quibdo)
L’impatto nel Chocó e l’impegno della Chiesa nella regione senza strade e ospedali. A Quibdó, une delle tre diocesi del dipartimento del Chocó, dove la densità abitativa è certamente inferiore rispetto a Cali e Buenaventura, ma sempre con alta percentuale di afro e meticci, la situazione è comunque drammatica, soprattutto perché impatta una realtà con servizi sociali e sanitari molto carenti. Lo spiega, al Sir, il vescovo Winston Mosquera: “Noi, come Chiesa – ci racconta -, stiamo accompagnando queste comunità; lo stiamo facendo recandoci sul posto, perché stiamo percorrendo il territorio con la Pastorale sociale, con il Banco alimentare, con i parroci di ciascuna di queste parrocchie dei vari settori, in particolare qui nel centro urbano di Quibdó. Il Governo del dipartimento ci ha già comunicato che i danni interessano circa 28 Comuni del dipartimento”.
Il vescovo si sofferma a raccontare la difficile situazione della regione: “Il Chocó è noto come una delle zone più dimenticate del Paese. Questo non è un segreto per nessuno. Lo sappiamo tutti, perché praticamente tutti i Governi si sono succeduti facendo promesse, molte promesse, ma ciò che si vede da queste parti è ben poco. A cominciare dalle vie di accesso. Ci sono solo due strade che collegano il Chocó con il resto del mondo e non sono nelle migliori condizioni. Sono le strade che in alcuni casi vengono chiamate ‘la trocha’ o ‘la strada della morte’”. Per non parlare dell’ospedale di Quibdó, San Francisco de Asís, che “non ha la capacità necessaria per gestire emergenze come queste. E questo ha reso necessario il trasferimento di molti feriti in ospedali altamente specializzati al di fuori del dipartimento del Chocó. Questo, ovviamente, crea già delle difficoltà per una comunità e per le persone con scarse risorse, perché quando viene detto loro che il loro familiare malato o ferito deve essere trasferito in un ospedale più specializzato, allora per quella persona, per il familiare, tutto si complica, perché spesso non hanno parenti a Medellín, a Cali, a Barranquilla, Bogotá o in qualsiasi altra città del Paese dove gli venga detto che è lì che si è liberato un posto letto per poterlo trasferire”.
Prosegue mons. Mosquera: “In questi giorni, siamo rimasti isolati. Mancanza di internet, mancanza di corrente elettrica, e anche ora il servizio si interrompe continuamente”. Il contesto è quello dello storico abbandono da parte dei Governi, anche se “naturalmente non possiamo parlare di quello che si è appena insediato”. Il presidente, Abelardo de la Espriella, ha raggiunto la città subito dopo il sisma, e si attende, di capire se, ancora una volta, le promesse di investimenti economici, su servizi, infrastrutture, imprenditoria, rimarranno tali.

