Si è concluso l’ultimo Sanremo dell’era Conti, un Festival, quello di quest’anno, sottotono rispetto a quello del 2025, almeno per i milioni di telespettatori in meno che è riuscito a incollare alla tv. Sarà perché non c’era l’effetto sorpresa dell’anno scorso dopo cinque edizioni guidate da Amadeus, ma tutto è apparso un po’ piatto e noioso, senza particolari guizzi. L’unica polemica – il “sale” della kermesse di Amadeus – è stata quella di Alessandro Gassmann sulla sua esclusione sul palco dell’Ariston per la presenza del figlio Leo in gara mentre Gianni Morandi ha cantato nella serata delle cover con il figlio Pietro la sua canzone “Vita”, ma Conti ha subito fatto da pompiere: è stato un equivoco, non è stata accolta la richiesta dell’attore non perché c’era il figlio in gara ma perché voleva promuovere la sua prossima fiction ma si è deciso di non far partecipare nessun protagonista di serie tv Rai durante il Festival. Di tutto questo parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
È davvero finita l’era Conti…
L’unica notizia che aveva destato un po’ di “suspence” era nata dalla conferenza stampa di Conti, sabato, in cui aveva detto un sibillino “Forse resto” dopo aver dichiarato da un anno che questo sarebbe stato l’ultimo Sanremo. Ma, alla fine, è stato solo un tentativo per destare curiosità. L’anno prossimo conduttore e direttore artistico sarà, come abbiamo sentito tutti nel corso della serata finale, Stefano De Martino. Questa è stata l’unica novità, a parte qualche gesto che serviva per Fanta Sanremo. Chissà se De Martino si farà consigliare da Maria De Filippi per la scelta delle canzoni…
Quest’anno per la prima volta Carlo Conti, Laura Pausini e tutti i cantanti del Festival sono stati ricevuti da Sergio Mattarella. Durante l’udienza il presidente della Repubblica ha precisato che Sanremo non è solo una gara canora, ma un momento di coesione nazionale, ha definito la musica leggera una componente della cultura capace di raccontare i mutamenti della società e ha lodato la capacità degli artisti di dare voce a temi civili e sociali. Secondo lei, questo Sanremo è riuscito a realizzare la “missione” indicata dal capo dello Stato?
Ci ha provato sicuramente, un esempio tra tutti è la presenza di Gino Cecchettin nel corso dell’ultima sera. Sanremo è un palcoscenico davvero importante per lanciare messaggi civili per riportare non solo a una coesione nazionale, ma anche a una consonanza su determinati valori di fondo che sono propri del nostro Paese. Il problema è come tutto questo si è cercato di farlo: nella prima serata invitando la signora di 105 anni ed è stato un momento valido, efficace; sabato sera con Gino Cecchettin. Tuttavia, molto spesso quando vengono affrontate tematiche serie, l’impostazione in molti casi sa di formalità, quasi sfiora l’ipocrisia. La vera novità del Sanremo di quest’anno è che si è svolto nell’ultima serata in contemporanea con una nuova guerra. Conti, Pausini e la giornalista Giorgia Cardinaletti hanno iniziato il Festival con una sottolineatura di questa situazione drammatica all’interno della quale una trasmissione leggera come il Festival della canzone si veniva a collocare. Ma, a mio avviso, il sapore di questo “discorsetto”, il modo in cui è stato fatto risultava ipocrita, fuori tono. Non c’era una reale partecipazione. Resta il dubbio, il sospetto addirittura, che anche in alcune canzoni le rivendicazioni contro le guerre o a favore dei diritti delle donne, tanto per citare qualche esempio, siano state inserite per far vincere i buoni sentimenti, per riportare ulteriori consensi alla propria canzone o alla propria esibizione.
(Foto ANSA/SIR)
Lei ha percepito una falsità in questi testi?
Non voglio dire falso in tutto e per tutto, ma strumentale sì.
La riprova di tutto questo è che moltissimi dei cantanti in gara hanno poi fatto riferimento alla loro mamma, chi – come Serena Brancale – ha ricordato la mamma defunta, chi – come Saif e Samurai Jay – è andato ad abbracciare la mamma in platea, portandola poi su palco.
(Foto ANSA/SIR)
Potremmo dire che è il Festival della famiglia quello del 2026?
Sì. Non dimentichiamo che la canzone che ha vinto “Per sempre sì” di Sal Da Vinci e quella di Raf erano dedicate alle mogli. Nella serata delle cover la figlia di Raf ha ballato sul palco durante l’esibizione del padre e sul palco insieme a Tredici Pietro è salito il papà, Gianni Morandi. E ancora Serena Brancale è stata accompagnata nelle sue esibizioni da sua sorella Nicola come direttrice d’orchestra. Quindi, sì, la famiglia in tutte le salse, ma mi viene in mente l’espressione dell’americano Edward C. Banfield che ha condotto una ricerca in alcune società del Sud e ha coniato l’espressione familismo amorale, che significa esattamente il contrario di quello che aveva detto il presidente Mattarella: determinati criteri e principi relativi alla piccola cerchia fondata su un legame di sangue prendono il sopravvento su quelle che sono le regole generali di convivenza di una società e quindi anche della coesione di una società e di un popolo.
(Foto ANSA/SIR)
Ma secondo lei quello che abbiamo visto sul palco di Sanremo più che un omaggio alla famiglia è stato un omaggio al familismo?
Io direi proprio di sì o, almeno, il rischio è che venga interpretato effettivamente in questo modo, secondo quelli che sono specifici stereotipi italiani. Già immagino Sal Da Vinci con il suo “vestito da cameriere” di una cerimonia, con il suo taglio da cantante neomelodico ad un matrimonio, presentarsi all’Eurovision. Già l’anno scorso la canzone “Espresso Macchiato” del rapper estone Tommy Cash aveva preso in giro gli stereotipi italiani all’Eurovision.
Ora l’Italia si presenta, nella sua massima espressione canora, nella forma più completa degli stereotipi voluti, celebrati e, alla fine, premiati.
Al Festival hanno partecipato molti giovani…
Come ha segnalato Nino Frassica in una delle sue battute, molti dei loro nomi d’arte sono in lingua inglese o, comunque, straniera e anche i modelli di canzone a cui il Festival della canzone italiana si rifà sono molto spesso importati dall’estero. Ecco, è un intreccio davvero particolare questa “esterofilia provinciale” collegata alla rivendicazione di alcune caratteristiche che sono proprie di un certo tipo di Italia che sostanzialmente guarda al passato. Tutto ciò corrisponde davvero all’impostazione di questo Festival, che non ha dato spazio a prospettive e modalità di canzoni che guardassero più in là.
È stato un Festival che ha continuato a utilizzare una struttura ormai consunta, che ormai suscita noia. Bisogna cambiare, sarà in grado De Martino di farlo? Questa è la domanda.
(Foto ANSA/SIR)
Professore, lei ha creato dei gruppi di ascolto di diverse età con cui confrontarsi sul Festival: cosa è emerso?
Ci sono stati gruppi di bambini delle elementari che tifavano per Saif. La fascia di persone dai venti ai trent’anni per lo più mi ha detto di aver guardato per un quarto d’ora o venti minuti, poi ha fatto zapping. Più costante un gruppo di giovani professionisti sui 35 anni, i quali avevano la tv accesa, mentre erano a cena assieme, ma prestando poca attenzione al programma. Le persone più interessate, più coinvolte, sono state quelle dai 50-55 in su, incuriosite dai gossip sui cantanti, la maggior parte dei quali, però, risultavano a loro sconosciuti. La domanda che mi pongo è come si faccia a raggiungere share così elevati, anche se meno dello scorso anno in generale, chi effettivamente segua il Festival. Forse la fortuna di Sanremo è che ormai è entrato nelle nostre abitudini. Anche se non ci piace tanto, lo sopportiamo, è diventato parte della nostra famiglia. Anche quest’anno, nonostante sia stato posticipato alla fine delle Olimpiadi e forse questo l’abbia danneggiato, Sanremo è stato comunque seguito non solo in tv, ma anche attraverso i social. Eppure, oggettivamente, quest’anno il Festival è stato noioso: uno dei miei gruppi d’ascolto era costituito da amici e colleghi francesi che hanno un particolare amore per l’Italia e per la canzone italiana e anche per loro è stato di una noia mortale. Anche l’esagerazione di arrivare alle 2 di notte a cosa serve? Davvero,
la formula dovrebbe essere rivista. Soprattutto, si dovrebbe puntare nuovamente sulla qualità dello spettacolo e delle canzoni.
Alla fine, cosa le è piaciuto e cosa no nel Sanremo 2026?
Mi è piaciuto il Festival come tale perché è lo specchio dell’Italia in un certo momento e, per chi vuole conoscerci, dicevano con un po’ di ironia gli amici francesi, è un’esperienza impagabile. Mi sono piaciuti di meno i testi delle canzoni. Se confrontiamo le immagini evocate dalle canzoni di oggi con quelle degli anni ’60-’70, non c’è paragone e, se questo è lo specchio dell’Italia, questo certamente non mi piace.
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