Ai: allarmi e affari

Scritto il 24/09/2026
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Quando si legge di intelligenza artificiale (Ai) c’è una parte di noi che resta perplessa. C’è chi la usa ormai con disinvoltura (dai professionisti ai ragazzi che ci fanno i compiti), chi la va sperimentando appena, chi tentenna titubante anche se – è pur vero – fa parte ormai del vivere quotidiano: sta dentro i nostri smartphone a partire dai correttori automatici dei messaggi fino alle app, sta nei filtri delle foto, nei consigli d’acquisto non richiesti, nelle mappe stradali, negli assistenti che riconoscono la nostra voce quando entriamo in casa (Alexa). Ma sappiamo, per esperienza o per sentito dire, che non è infallibile e che va verificata. Sabato scorso l’Ai, per scusarsi di non aver trovato la citazione richiesta, ha risposto alla scrivente: “Papa Leone XIV non esiste, per questo non ho potuto trovare la citazione” (!). Per non dire di questioni gravissime che hanno indignato una buona parte di mondo al racconto di droni guidati dall’Ai che, negli scenari di guerra, hanno sbagliato target (obiettivi) colpendo scuole e ospedali.
Di recente l’inquietudine ha avuto ancora più ragioni d’accendersi: pure dal fronte dei super esperti sono infatti partiti appelli alla massima attenzione. Lo ha fatto Dario Amodei, numero uno di Anthropic (l’azienda Usa di Ai fondata nel 2021 a San Francisco da ex ricercatori di OpenAi, tra cui i fratelli Dario e Daniela Amodei), il quale ha fermamente ribadito la necessità e l’urgenza di rallentare il ritmo con cui si alimentano le conoscenze di Ai al fine di capire bene le sue reali capacità. Anche Open Ai ha invitato i dipendenti a rallentare lo sviluppo dei sistemi più avanzati: è infatti accaduto che l’Ai ha autonomamente superato i confini di un ambiente di test. In sostanza gli esperti stanno dicendo questo: non sapendo esattamente le capacità di ragionamento sviluppate dai sistemi è meglio rallentare e comprendere a che punto sono arrivati. A sostenere lo stesso principio, in uno degli incontri di Pordenonelegge, Nello Cristianini, docente di Ai all’Università di Bath (Regno Unito): “Le macchine lavorano molto velocemente, le nostre contromisure arrivano più lentamente e questo spiega gli appelli degli esperti a rallentare. La domanda a cui non sappiamo esattamente rispondere è: cosa hanno in testa queste macchine? Cosa hanno imparato?”.
Oltre alla non trascurabile questione del capire i confini precisi dell’Ai, c’è anche la questione economica. I signori dell’algoritmo sono pochi nel mondo e rispondono praticamente a se stessi e a chi finanzia le loro aziende, dato che le ricerche sono costosissime. Per questo, per mantenersi spesso si avvalgono dei poteri pubblici che sostengono le costose sperimentazioni, confidando di usarne i risultati. Non stupisce quindi che siano i signori del mondo a spingere sempre oltre la frontiera dell’Ai, motivati dall’uso-beneficio che ne può derivare: informatico, amministrativo, industriale e, non ultimo, militare.
Il concetto si fa chiaro se pensiamo a come Trump ha risposto agli allarmi degli esperti: ha spronato le aziende ad andare avanti, definendoli “una truffa” che avvantaggia solo la Cina. L’arresto della corsa in atto, che mira a superare la concorrenza, sarebbe un danno informatico, economico e geopolitico, tanto è vero che Usa e Cina si fronteggiano su tale fronte alla ricerca della supremazia.
L’elefante nella stanza – il problema – che i grandi tendono a non vedere, per non dover provvedere, è quello della regolamentazione. “Serve una moratoria per tutti gli usi dell’Ai che ricadono sulle persone” ha detto sempre a Pordenonelegge Stefano Quintarelli, l’inventore dello Speed, fermo sostenitore dell’Ai ma con la detta paura, motivata con due esempi: droni finiti su obiettivi sensibili e lettori di Tac istruiti per riconoscere tumori che non hanno saputo leggere bene i referti, con le conseguenze che immaginiamo.
Il problema lo ha compreso molto bene Papa Leone XIV che nell’enciclica Magnifica humanitas (maggio 2026) ha ricordato come “questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione (…) Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono” (capitolo 3, paragrafo n.99). Per questo resta necessaria la supervisione umana per salvaguardare il primato della persona: “Affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti” (capitolo 3, paragrafo 97).
Ma come far sedere i grandi ad un tavolo di auto-limitazioni se è nella de-regulation che l’affare si insinua e l’Ai – moderna e futuristica – ha pur sempre una caratteristica molto umana: è una macchina di soldi e di potere: due cose che hanno sempre mosso il mondo.

(*) direttrice de “Il Popolo”

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