Salari dignitosi con un adeguamento degli stipendi alla media europea, indennità di tutte le attività svolte oltre l’orario di servizio, riconoscimento economico delle responsabilità e degli incarichi, Carta Docente strutturale e per tutto il personale, buoni pasto dopo le 6 ore di servizio: sono le richieste che saranno avanzate, sabato 3 ottobre, durante un Flashmob nazionale docenti e Ata, che si svolgerà in contemporanea in più città italiane: Milano, Bologna, Verona, Pisa, Roma, Napoli, Cosenza, Torino, Cagliari, Bari, Genova. Del senso delle proteste che sono accomunate da una richiesta di riconoscimento professionale e rispetto perché, come dice lo slogan del Flashmob, “La scuola sia noi. Il futuro dipende da noi”, ne parliamo con Eraldo Affinati, scrittore da sempre legato al mondo della scuola e fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi nel 2008 della scuola Penny per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati.
Foto Siciliani-Gennari/SIR
Insegnare significa formare i cittadini e i professionisti del futuro, ponendo le basi per la crescita culturale ed economica del Paese. Secondo lei, la percezione sociale ed economica che l’Italia ha oggi dei suoi docenti rispecchia davvero questa enorme responsabilità?
Purtroppo no. Di istruzione si discute tanto, soprattutto all’inizio e alla fine dell’anno scolastico, puntualmente ogni governo al suo insediamento afferma di volerla mettere al centro, poi però gli interventi appaiono sempre estemporanei, non strutturali, si procede di volta in volta cercando di tamponare questa o quella emergenza.
Guardando al contesto europeo, un insegnante italiano percepisce uno stipendio inferiore rispetto a molti colleghi dell’Ue. Questa disparità non rischia di svalutare la dignità della professione?
Gli stipendi, nonostante i recenti aumenti, continuano ad essere vergognosi in considerazione del ruolo etico e sociale che la scuola riveste. In aula si consegna il testimone del passato alle nuove generazioni, si forma la coscienza del Paese, si mettono in rapporto giovani e adulti al di là dei nuclei familiari, si insegnano le singole discipline, il rispetto delle regole, il significato della responsabilità, lo spirito critico, il bene comune.
È come se in classe ogni giorno, ora per ora, si rielaborasse il passato progettando il futuro.
Nelle scuole si assumono responsabilità enormi, dalla sicurezza alla gestione di progetti complessi. Dal suo punto di vista, in che modo il mancato riconoscimento economico di questi incarichi specifici influisce sulla motivazione del personale e sulla qualità dell’organizzazione scolastica?
Se la motivazione all’insegnamento fosse solo di natura economica, l’intero apparato andrebbe in crisi. Per fortuna la gran parte dei nostri docenti svolge il proprio lavoro con passione e dedizione, interessata com’è agli alunni in quanto persone. Poi, naturalmente, come in ogni settore, esistono tante imperfezioni personali e amministrative. Ma il mestiere dell’insegnante non è paragonabile a quello di un semplice professionista. È solo grazie alla forza del corpo docente che tutto il sistema può reggere. Pensiamo soltanto all’inserimento nel gruppo classe dei ragazzi immigrati neo-arrivati. Sono stati annunciati duemila insegnanti di sostegno che ancora non si sono visti. Ci dicono che quest’anno arriveranno. Lo speriamo. Finora i consigli di classe si sono dovuti arrangiare con i pochi mezzi a disposizione, ricorrendo al Terzo Settore.
Nel Flashmob si chiederà che la Carta Docente diventi una misura strutturale ed estesa a tutto il personale?
La Carta Docente era di 500 euro all’anno. Adesso, essendo stata estesa ai precari, è passata a 383 euro. Questo la dice lunga sul tipo di investimento che viene fatto sulla scuola.
Lavorare oltre le 6 ore consecutive dà diritto al buono pasto in quasi tutta la Pubblica Amministrazione, ma nella scuola questo diritto fatica ad affermarsi. Non crede che anche da questi dettagli, apparentemente piccoli ma legati al benessere quotidiano, passi il rispetto per il lavoratore della scuola?
Ne sono convinto. Ma ciò che manca è una visione d’insieme.
L’approccio pare solo immediato e operativo. Non c’è dietro un pensiero educativo.
Penso, per fare un esempio, alla lungimiranza di Maria Montessori che nel primo asilo di caseggiato da lei realizzato nel quartiere di San Lorenzo a Roma aveva cercato di predisporre un rapporto fra famiglie e maestre. L’idea era quella di pranzi per bambini preparati al pianterreno da inviare tramite ascensori agli appartamenti degli stabili, attività pensate per essere svolte nella condivisione anche urbana e politica, come laboratori antropologici di crescita e formazione di una nuova etica.
Come può un insegnante trasmettere serenità, entusiasmo e fiducia nel futuro ai propri studenti se si trova a vivere in una condizione di costante precarietà economica e disparità rispetto agli standard europei?
Lo può fare solo se crede nel valore del suo lavoro e punta tutto sulla qualità della relazione umana che si realizza in aula con gli studenti. Troppo spesso invece arriva di fronte a loro già stanco e tramortito dalle incombenze burocratiche che ha dovuto espletare.
Spesso si parla di “emergenza educativa” e di dispersione scolastica. Pensa che per risolvere questi problemi strutturali si debba partire innanzitutto dal restituire dignità al corpo docente, adeguando i salari alla media europea?
Questo dovrebbe essere il primo passo, ma non basterebbe. Dovremmo ripensare gli spazi didattici, renderli più decorosi e laboratoriali, anche per affrontare la rivoluzione digitale che ormai ci impone un cambio di rotta. Per ripristinare le gerarchie di valore all’interno della Rete, insegnare la verifica delle fonti, vigilare sull’Intelligenza artificiale, recuperare gli alunni riottosi, non possiamo basarci solo sul vecchio sistema ermeneutico del docente che spiega seduto in cattedra di fronte agli studenti seduti ad ascoltarlo. C’è tutto un lavoro da fare anche sui libri di testo che, per quanto aggiornati, nascono già vecchi e molto spesso, dopo essere stati acquistati, non sono utilizzati.
La scuola è il motore del Paese, ma per funzionare ha bisogno di investimenti sulle persone che la fanno vivere ogni giorno. Dal suo osservatorio, qual è il rischio a lungo termine per la società se continuiamo a considerare la spesa per il personale scolastico come un costo da tagliare anziché come un investimento sul futuro?
Il rischio è quello di vanificare gli innegabili progressi compiuti negli anni, penso soprattutto alla legislazione innovativa introdotta dalla legge 517 per l’inserimento degli alunni disabili nelle aule scolastiche. Lo voglio ribadire pensando a chi in Italia e in Europa vorrebbe ritornare alle classi differenziali.
Se la scuola pubblica entra in crisi, a farne le spese saranno sempre le famiglie povere, perché quelle ricche, avendo le risorse, si rivolgeranno altrove.
Se ciò avvenisse, la Costituzione italiana verrebbe minata nelle sue fondamenta.
Se potesse lanciare un appello alle istituzioni per tutelare la serenità lavorativa e la dignità economica dei docenti, quale priorità indicherebbe per far sì che la scuola torni a essere il fulcro della crescita degli adulti di domani?
Vorrei che la scuola non venisse usata strumentalmente a livello politico per ottenere il consenso dell’elettorato. Se c’è una cosa sulla quale non dovremmo dividerci è proprio questa. Stiamo parlando del futuro dei nostri figli, a prescindere dal colore della maglietta che indosseranno.

